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4 Dicembre Dic 2013 1714 04 dicembre 2013

Metodo Greenwald vs Metodo Wikileaks

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Abbiamo riassunto per voi la risposta tanto attesa di Greenwald alla questione della gestione dei Leaks di Snowden, pubblicata sul suo blog.

Premessa:

Greenwald accetta di risponderci solo dopo un lungo dibattito su Twitter.

Alcuni argomenti clou venuti fuori liberamente su Twitter sono stati molto presto oggetto delle strumentalizzazioni più disparate. Sicché Greenwald ha aspettato di essere sollecitato in un modo a lui conveniente prima di rispondere a questioni che, fatte dal pubblico disinteressatamente, non riteneva importanti.

Quando il problema della proprietà dei Leaks è giunta alla BBC la settimana scorsa, Greenwald ha dovuto seriamente considerare la questione. Anche perché i mainstream media e gli apologisti (tutto l’apparato mediatico vicino al potere) finora più o meno in silenzio stampa e senza argomenti, hanno anche loro potuto schierarsi sfruttando il dibattito Twitter.

Nel suo blog dunque, Greenwald sceglie comodamente i suoi avversari, per cui il suo post si rivolge strategicamente ai colleghi giornalisti di Pando.com (principalmente Mark Ames e Paul Carr). Quello però che Greenwald non dice (o che non gli interessa sottolineare) è che questi giornalisti si sono letteralmente appropriati della battaglia per una corretta pubblicazione dei Leaks.

Invito i lettori a ripassarsi tutto il dibattito sull’accessibilità dei Leaks sull’account di Greenwald.

Twitter – come ormai sono solita dire a chi è interessato a questi sottili meccanismi e sotterfugi – è oggi l’epicentro dei maggiori dibattiti pubblici, ma contemporaneamente è anche uno strumento infallibile per la ricostruzione cronologica: reperire con precisione la genesi delle discussioni o i fautori è diventato molto facile con Topsy, il motore di ricerca social.

Ciononostante, molti continuano ad ignorare l’etica del “share or quote” contribuendo alla svalutazione dei tweet e di conseguenza alla de-autorialità sui social, oggi la piattaforma centrale dell’informazione. A breve, pubblicheremo un post sull’uso professionale di Twitter.

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Greenwald sceglie i propri avversari sulla base della credibilità professionale, negando al pubblico un confronto diretto, fuori categorie. Questo è alquanto discriminatorio per un ex-blogger in debito (come tutti) con le discussioni informali e le idee fiorenti su Twitter.

Ma è appunto contro questa democratizzazione del dibattito dovuta a internet che Greenwald è in guerra, senza saperlo.

Ecco quindi come l’avvocato Greenwald, in realtà soltanto sotto processo popolare, costruisce la sua arringa:

-    Enumerando i suoi principali nemici: il capo NSA Keith Alexander, i giornalisti di NSFW come Mark Ames, giornalisti apologisti come Josh Marshall e Fran Townsend, e avvocati canadesi.

-    Allestendo un FAQ per chiudere secondo lui “una volta per tutte” il dibattito.

Greenwald ha diviso il post in 4 parti: gli standard del giornalismo investigativo; il metodo Greenwald e i metodi alternativi; la proprietà dei Leaks; e infine i profitti.

1-  Greenwald rivendica un nuovo standard giornalistico in diretto paragone con il vecchio standard.

Il giornalismo investigativo è quello abilitato al trattamento di documenti classificati (cioè segretati dallo Stato).

Greenwald pone il suo lavoro in linea diretta di discendenza con quel tipo di giornalismo che lui identifica come “investigativo” che però consisteva nella sola narrazione di documenti segreti da mantenere inaccessibili al pubblico.

Il riferimento storico del vecchio standard è Bob Woodward (entrato in aperta competizione con Greenwald) che secondo Greenwald ha lucrato sul Watergate.

E qui Greenwald tocca un punto dolente dell’etica giornalistica: il vecchio compromesso tra stampa e potere - un giornalismo cattivo perché basato sul racconto piuttosto che sulle prove di segreti di Stato spifferati.

Ma non certo per condannarlo, anzi. Greenwald si proclama come discendente di quel tipo di giornalismo subdolo. Con però una grande differenza, precisa Greenwald: lui e i suoi collaboratori sono free-lance, indipendenti.

A questo punto Greenwald lancia il suo grido di allarme contro l’ipocrisia della stampa ufficiale: “Se davvero siamo criminali, allora anche le testate e i giornalisti affiliati accreditati a lavorare sui leaks lo sono”, e cita qualche nome: Bart Gellman (WashingtonPost) Scott Shane e Neil Sheehan (NYT), Seymour Hersh e Jane Mayer (New Yorker).

E così, Greenwald mette tutti sulla sua stessa barca, lasciando intendere che, semmai, si tratta di una responsabilità condivisa.

Conclude dicendo che il compromesso (che lui chiama “arrangiamento necessario”) è parte inerente del mestiere. E stipula: “Se criticate il ricorso ad una legittima protezione penale significa che state criminalizzando l’intera professione del giornalismo investigativo.”

2-   Greenwald presenta il suo metodo come avanguardia giornalistica.

Tre sono i principi fondamentali di Greenwald: collaboratori free-lance, impatto mediatico e propagazione internazionale.

Greenwald si auto-assegna quindi una seconda eredità, quale supplemento di legittimità: “Sono molto orgoglioso del metodo che abbiamo creato e che molto deve allo standard di Wikileaks che già prevedeva la collaborazione con testate internazionali, anche al fine di impedire qualsiasi monopolio mediatico.”

Il merito del metodo Greenwald sarebbe: “Il risultato è di avere, in pochi mesi, triplicato le pubblicazioni.”

Greenwald vanta cioè un sistema a catena di montaggio, e una capacità produttiva di livello industriale, un impatto che per lo più ha superato di gran lunga il record di Wikileaks.

Questo impatto è invece sprecato, continua Greenwald, se si segue la prassi del “dump-it-all”, come chiama (critico) la prassi del pubblicare i leaks originali in free access su dei database.

Greenwald riconosce che questo è in effetti il modello di partenza (e aggiungiamo rivoluzionario) di Wikileaks, che lui però approva solo a metà.

E perché Greenwald ci fa fare questo passo indietro? “Perché romperebbe il patto con la nostra fonte, Snowden. Se Snowden avesse voluto riversare i documenti direttamente sul web lo avrebbe fatto da solo. Ma evidentemente non è quello che vuole.”

Quindi il pubblico, cioè i cittadini devono attenersi alla decisione di un individuo, di un uomo solo, Snowden, al quale Greenwald attribuisce l’ultima parola sulla gestione di documenti di Stato o di pubblico interesse.

Ma quale statuto giuridico possono avere i leaks, ora che sono stati sottratti dal potere per essere affidati a dei giornalisti? In che limbo legale li hanno arbitrariamente messi Snowden (e i giornalisti da lui scelti) col pretesto di ricavarne il miglior risultato? Secondo quali criteri poi?

L’indipendenza e la credibilità bastano a garantire una imparzialità?

Sono queste le domande alle quali Greenwald deve rispondere, non solo alle questioni interne fra giornalisti.

3-   I rischi penali come alibi.

Greenwald pone il suo metodo di pubblicazione parziale e progressivo come unica garanzia di sicurezza:  sicurezza dei whistleblower, sicurezza nazionale e privacy.

E poi: “Ognuno ha diritto di scegliere fino a che punto è pronto a rischiare.” Non possiamo costringere altri ad un sacrificio radicale, al posto nostro.

Ma il punto ignorato da Greenwald è l’irripetibilità di ogni whistleblower: un’occasione unica per ogni reparto (Pentagono, CIA, NSA). Non siamo tutti analisti della NSA. È la posizione professionale del whistleblower che ne fa una fonte potenziale, il fatto che egli lavori dentro quelle strutture di potere.

Per cui, se fa il salto non lo può fare a metà. Oppure, dal punto di vista democratico, rimane un privilegiato, o peggio uno ambiguo e come lui anche i giornalisti e gli esperti che ha coinvolto.

Altro freno, Greenwald e i giornalisti mobilitati sui leaks di Snowden non intendono compromettere tutte le personalità mirate dallo spionaggio americano. Quindi, teoricamente significa che faranno i nomi solo dei rappresentanti governativi, eletti, non quelli dei privati: per fare un esempio, prediligono la sorveglianza di Hollande e Merkel piuttosto che quella degli industriali.

Questo scrupolo dice già quanto il metodo Greenwald potrebbe facilmente, anzi automaticamente (e dio solo sa quanto involontariamente) portare a favorire la sfera del potere privato (svantaggiando quello pubblico).

Fino a che punto dunque il criterio di selezione (o autocensura) dei files da pubblicare può essere valido?

La scusa della "responsabilità" da opporre al principio del database pubblico, l’idea che ci debba essere un moderatore, un mediatore tra il potere e i cittadini (in questo caso la stampa) si basano tutte sulla stessa discriminazione di sempre: che i cittadini non sono in grado di badare da soli ai propri diritti, o per lo meno di scegliersi da soli i dati e le analisi (le divulgazioni giornalistiche) che più li riguardano e li rappresentano.

4-  Lo sfruttamento dei leaks.

Greenwald viene spesso attaccato per via di una mancanza di trasparenza sugli accordi e le transazioni finanziarie intorno ai leaks. Molti vedono un conflitto d’interessi nel fatto che Greenwald sia ora in affari con Omidyar, anche se Greenwald giura di essere incorruttibile.

Greenwald non capisce che il conflitto supera la sfera intenzionale, l’affidabilità di cui Greenwald fa una religione (il pubblico gli deve “credere”, deve “fidarsi”) oggi è diventata insufficiente.

La stessa “non-pubblicazione” (il grado zero del coinvolgimento secondo Greenwald) è di fatto un arbitrio in sé: chissà che ruolo abbia giocato finora il non-detto nelle speculazioni commerciali, finanziarie?

Greenwald distingue sistematicamente il proprio giornalismo dal resto dei giornalismi. Ma per quanto riguarda i guadagni, Greenwald  rifiuta di rinunciare ai diritti del giornalismo tradizionale. Anzi, il ricavato della collaborazione con le grandi testate è una tutela: “Solo i pagamenti fan sì che, per legge, le pubblicazioni sul Datagate siano dell’ordine del giornalismo”.

Conclude su libri e film che ogni giornalista in possesso di leaks è quasi naturalmente in dovere di fare: “Sono dei mezzi di divulgazione di massa capaci di raggiungere un pubblico più vasto allorquando vogliamo sensibilizzare su aspetti più complessi del Datagate, come per esempio gli interessi politici in gioco.”

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Conclusione:

Greenwald ha costruito un muro di dati di fatto e di tabù inespugnabili che gli conferiscono la legittimità contestata prima dal pubblico e solo successivamente dalle categorie (giornalisti, avvocati, etc.).

Rileviamo inoltre che Greenwald non concepisce una rivoluzione Data senza il giornalismo. E forse ha ragione. Greenwald deve fare il giornalista, non può detenere un archivio.

Dove si accanisce a sbagliare invece è nella chiarezza degli obiettivi e nel rapporto con il pubblico a chi ruba un diritto.

Pensiamo che Greenwald debba dichiarare a priori cosa intende fare con i Leaks, ma né lui né nessun altro può scegliere a cosa devono servire. Oppure è giusto che venga processato.

Perché una volta sfatato lo spionaggio, una volta cioè che la bomba è esplosa, è in atto una guerra che va ben oltre la competenza giornalistica.

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