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15 Aprile Apr 2014 1250 15 aprile 2014

Pulitzer per il Datagate: ora è un caso chiuso.

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E alla fine lo scandalo NSA incassa anche il Pulitzer. La storia ha fatto il suo corso, siamo già ai tempi della consacrazione e, come da copione, per incoronare (e archiviare) una storia serve un grosso premio.

Ma a chi va questo Pulitzer veramente? Analizziamolo da vicino.

A vincerlo sono due mega testate il Guardian US e il Washington Post, due entità dunque non giornalisti.

Ma stamattina tutti i giornali titolano con i vincitori morali di questo Pulitzer: “Pulitzer a Snowden” a chi il Guardian deve l’esclusiva sui file, oppure “Pulitzer a Greenwald” tornato negli Stati Uniti la settimana scorsa per un premio giornalistico minore.

Tempismo perfetto, non fa una piega: i giornalisti di Snowden non sono più esiliati, il Guardian non è più nemico giurato del governo americano. Inoltre Snowden se ne esce pronto con un comunicato ufficiale (qui), e sono tutti contenti.

Tutto qua? Questo è l’epilogo della più grande soffiata sulla sorveglianza globale?

Certo che no. Il caso, ora, dalla stampa passerà alla legge, aspettiamo solo che Obama metta in moto il Congresso.

Intanto c’è da scommettere su un altro escamotage: la regolarizzazione dello status di Snowden. Da dove arriverà il primo cenno di accomodamento? Dalla Germania? Qui serve una transizione più che simbolica, per Snowden un salvacondotto europeo è una porta verso il rimpatrio.

Insomma ci vuole poco a capire che questo Pulitzer premia un compromesso: la più grande autocensura del mondo dell’informazione – e dall’avvento di Wikileaks questo è ancora meno giustificabile.

Rubati o no, i segreti della NSA sono rimasti segreti: non un nome è filtrato. Sappiamo come la NSA intercetta il mondo, ma non sappiamo chi l’America spia. Anche se è facile indovinare quale categoria.

I file di Snowden sono stati il motore di trattative tra poteri pubblici e privati. Chissà quali ricatti, altro che pressioni.

Perciò ora, e senza accuse, si può dire che Snowden è l’antitesi della rivoluzione Wikileaks, è la versione moderata, accademica, del whistleblowing alla Manning per chi l’ergastolo sembra irrevocabile.

E infatti Wikileaks tuttora tace su Twitter, no comment di Assange sul Pulitzer. Alla lunga ossequiosa processione di congratulazioni ieri sera, manca la benedizione più importante. Quella del fondatore del nuovo giornalismo.

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