Taccuino al buio

6 Novembre Nov 2012 1044 06 novembre 2012

Bertolucci e il Duce in cantina

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Bernardo Bertolucci ha questo di bello: che con lui puoi sempre buttarla in politica. Perché la politica pervade sin dall'inizio il suo cinema. Il discorso vale anche per il nuovo "Io e Te", storia di due fratellastri che passano una settimana da sepolti vivi in una cantina, nell'intreccio delle rispettive paranoie (autistico-adolescenziale per Lorenzo, tossico-giovanile per Olivia). La storia base è forse più efficace nel libro di Niccolò Ammaniti da cui il film è tratto, ma Bertolucci vi innesta una sensibilità tutta sua, originale, sostanziata nei fantasmi sociali e politici che abitano quella stessa cantina.

Il fantasma più evidente e scoperto è la famiglia, con i genitori ultraparioli (figure di minor rilievo nel libro, teneronamente dedicato da Ammaniti proprio a mamma e papà) che sono o colpevolmente assenti o insopportabilmente presenti (e in questo senso insopportabile davvero è il birignao con cui recita Sonia Bergamasco nella parte della madre di Lorenzo). Molto più funzionante è il rapporto coi nonni (genitori al quadrato), in cui la distanza anagrafica narcotizza i conflitti.

Ma in quella cantina ai convitati di pietra (i genitori) si aggiunge un busto di ceramica: il busto è quello nero e sinistro del "Profilo Continuo del Duce" di Renato Bertelli, una delle rappresentazioni di sé che Mussolini approvò durante la sua dittatura. Il Profilo fa capolinea in alcune scene ed è un'intuizione di regia geniale per raccontare con un solo oggetto tutto un mondo meschino e connivente, privilegiato e inquietante, non eliminato ma solo nascosto nella società.

Quel busto è lì perché in quella cantina sono stati accatastati mobili e arredi della contessa Nunziante (aristocrazia nera d'una volta...), la vecchia proprietaria da cui il padre di Lorenzo ha rilevato l'appartamento. Ma, fuor di racconto, è lì perché a Bertolucci consente di delineare, tra le righe e con grande classe, la sua idea della Roma contemporanea in rapporto col suo passato; un'accusa netta alla borghesia capitolina coi suoi spiriti reazionari e perfino inconsapevoli.

Curiosamente all'uscita del film (negli stessi giorni in cui si ricordavano i 90 anni dalla Marcia su Roma) il regista ha aperto una dura polemica con il sindaco Gianni Alemanno - la cui storia politica è fin troppo conosciuta, fino agli ultimi addentellati di Fascistopoli in Campidoglio - perché secondo il regista Roma è una città invivibile per i disabili (Bertolucci è costretto da tempo su una sedia a rotelle). Il primo cittadino gli poi ha risposto con un video su You Tube - forse perché l'interlocutore era un regista, che sarebbe come rispondere a un pittore con un disegno o a un musicista con lo stornello...

Bertolucci aveva utilizzato il capoccione del Duce già nel "Conformista", ma quella era la testa di una statua spezzata, trascinata per le strade nella notte della caduta del fascismo. Questo di Bertelli è invece un oggetto di design di gran moda nel Ventennio, e che attira ancora oggi l'interesse dei nostalgici, come dimostra la mostra organizzata la scorsa estate a Casa Mussolini a Predappio: "Renato Bertelli, la parentesi futurista".

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