Taccuino al buio

12 Novembre Nov 2012 1709 12 novembre 2012

Impressioni di novembre / 5

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In direzione contraria al luogo e al linguaggio comune, ci può essere molto delicatezza a parlare di fica. E' quanto riesce al russo Aleksei Fedorchenko nel suo film "Spose celesti dei Mari della pianura" presentato a questo Festival di Roma.

Utilizzando storie tradizionali e parabole d'invenzione, mischiando ossessioni personali e antropologia, tra la neve e la steppa, tra la terra e le nuvole, Fedorchenko molto castamente declina in una galleria di storie e di corpi femminili le sue variazioni sull'origine del mondo (e dell'amore, e degli uomini, e del resto).

Non tutti gli episodi del film sono pienamente convincenti, talora si ha l'impressione di qualche ripetitività, ma lo sguardo del regista è sincero e mai si fa vincere da tentazioni di scelte facili che pure il tema suggerirebbe.

Fedorchenko compie insomma con successo un'operazione semplice e complicatissima, che richiama una vecchia poesia che Tonino Guerra scrisse in arduo romagnolo e che in italiano suona altrettanto bella.

Parlare di fica si può, anche senza scorrimento di bava.

La fica è una ragnatela
un imbuto di seta
il cuore di tutti i fiori;
la fica è una porta
per andare chissà dove
o una muraglia
che devi buttare giù.


Ci sono delle fiche allegre
delle fiche matte del tutto
delle fiche larghe o strette,
fiche da due soldi
chiacchierone o balbuzienti
e quelle che sbadigliano
e non dicono una parola
neanche se le ammazzi.


La fica è una montagna
bianca di zucchero,
una foresta dove passano i lupi,
è la carrozza che tira i cavalli;
la fica è una balena vuota
piena di aria nera e di lucciole;
è la tasca dell’uccello
la sua cuffia da notte,
un forno che brucia tutto.


La fica quando è ora
è la faccia del Signore,
la sua bocca.


È dalla fica che è venuto fuori
il mondo, con gli alberi, le nuvole, il mare
e gli uomini uno alla volta
e di tutte le razze.
Dalla fica è venuta fuori anche la fica.
Ostia la fica!

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