Taccuino al buio

28 Novembre Nov 2012 1705 28 novembre 2012

L'Albania e noi

  • ...



Oggi l'Albania festeggia 100 anni di indipendenza dall'impero ottomano. Valona e Tirana sono le due città dove si tengono le cerimonie più importanti: cerimonie distanti, specchio delle profonde divisioni che attraversano il Paese.

Penso all'Albania avendo in mente due documentari recentissimi, usciti a breve distanza e centrati sull'esodo di massa che partì dalle sponde balcaniche per terminare a Brindisi e Bari. Era il 1991. Simbolo di quello straordinario spostamento di persone, le navi. Navi che sfidarono un lembo di mare non grande ma infinito come il miraggio della libertà, navi che stiparono nel ventre e in ogni spazio libero migliaia di persone. "La nave dolce" è il documentario di Daniele Vicari, presentato alla Mostra di Venezia e già uscito nelle sale; "La nave" (Anija) è invece il film di Roland Seiko, passato in questi giorni al Festival di Torino. Occhi italiani e occhi albanesi per guardare, 21 anni dopo, ai fatti di quell'estate infuocata, vissuta con stordimento su entrambe le sponde.

Il film di Vicari si concentra sulla Vlora, che trasportava zucchero (ecco perché nave dolce) prima dei ventimila uomini approdati in agosto a Bari. Seiko è invece concentrato sui partenti, che utilizzarono dai loro porti ogni mezzo più o meno di fortuna per affrontare il mare. Vicari si concede più sperimentalismo nella struttura, Seiko è più attento alla dimensione sociale degli eventi sul suo paese, raccontato con molti materiali inediti.

E' la stessa storia, alcuni visi ritornano in entrambi i film. Così come in entrambi è presente una scena bellissima, un vero capolavoro di tecnica, girato da un operatore (di cui non so il nome: l'avrei citato) della Rai di Bari: sta riprendendo a bordo di un elicottero, che si sta alzando, la telecamera inquadra lo stadio dove sono stati stipati i profughi, l'elicottero vola sempre più su fino a scoprire l'interno dello stadio, la gente ammassata, il manto d'erba diventato luogo di anarchico accampamento, frutto di pessima gestione dell'emergenza da parte delle istituzioni.

L'unico che cercò di fare davvero qualcosa fu il sindaco di Bari, Enrico Dalfino, "il sindaco gentile", democristiano tutto d'un pezzo, professore di diritto amministrativo: fa impressione vederlo in quelle immagini, in pieno agosto, vestito in abito scuro e dimesso, come una divisa doverosa dell'essere primo cittadino d'una Bari allo sbando: parla con gli albanesi trattandoli alla pari e non come clandestini, cerca una soluzione per sistemarli al meglio. Verrà maltrattato, nella visita di Stato, da Francesco Cossiga ormai da tempo entrato appieno nel ruolo di picconatore dell'universo mondo.

Alla fine, forse per mio provincialismo, dei due documentari "albanesi" mi resta più forte di tutte quest'impressione: che sia un tragico rammarico che nella nostra politica ci siano stati pochi, pochissimi uomini come Dalfino: pochissimi soprattutto a Roma, intendo.

Correlati