Taccuino al buio

4 Dicembre Dic 2012 2152 04 dicembre 2012

Cinema a Venezia, ovvero la mia Bignardi preferita

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Mostri del cinema, mostre del cinema, lido, liti, e storie, glorie, amori furori candori. Confesso che ho goduto a leggere l'ultimo libro di Irene Bignardi, "Storie di cinema a Venezia", per Marsilio editore. Non una raccolta di saggetti e recensioni, sbadigli per anime morte, ma un romanzo giornalistico-sentimentale sulle pellicole girate in Laguna, sui loro protagonisti davanti ma soprattutto dietro e attorno il congegno magico della macchina da presa.

Appassionante come la storia di un bel film c'è solo la storia intorno a quel film. Bignardi allora ripercorre con la sua penna felicissima i brani di vita (vissuti in prima persona o raccolti nelle memorie individuali e collettive), minimi e grandiosi, autorevoli e pettegoli, che hanno accompagnato celebri e meno celebri realizzazioni. Si parte dal "Cappello a cilindro" di Mark Sandrich, ed è una Venezia di cartongesso e stucchi; si finisce sulla lucida, antiretorica, giovanile e candida Laguna dei "Dieci inverni" di Valerio Mieli.

In mezzo, qualche decennio di stupore interminato, che raccoglie e mette in fila divi e giganti della Settima Arte. Visconti, Losey, Al Pacino, Welles, Fred Astaire e Ginger Rogers, Allen, Sergio Leone. Un meraviglioso giro di ruota sopra la Serenissima, sulle sue acque chiuse e mobili. Fantasia, fantasmagoria, sogno hemingwayiano, deliri shakesperiani, successi, genio puro, e miserie anche, e infedeltà.

Sono davvero molte le tracce disseminate lungo i venti agili capitoli. Ognuno seguirà le sue. Tra le mie, su tutte, la stagione veneta di Joseph Losey, ipnotica tra i due poli del Don Giovanni operistico-palladiano e della sua Eva tutta veneziana. Il finale splendido e tragico di "San Michele aveva un gallo" dei Fratelli Taviani, con l'anarchico sconfitto di Brogi che si butta in acqua per morire e non vedere calpestati i suoi ideali di libertà contadina, superati dal tempo ideologico, disprezzati dai nuovi giovani compagni operaisti. E poi Franco Kim Arcalli, il "montautore" secondo la definizione di Ghezzi e Giusti, veneziano puro di sangue, versatile e geniale tra la moviola e l'arte della sceneggiatura, maestro senza sussiego, sospeso tra Bertolucci e Antonioni, Zurlini e Cavani, morto troppo presto eppure già pieno di cinema grande grandissimo.

"Storie di cinema a Venezia". Che libro meraviglioso!

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