Taccuino al buio

5 Febbraio Feb 2013 1931 05 febbraio 2013

Re della terra selvaggia

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Benh Zeitlin è un ragazzo tenace. Aveva per le mani una sceneggiatura scritta con Lucy Alibar a partire da un'opera teatrale di lei, ma sapeva che la strada era lunga, ancora tanto tanto lunga.

Aveva bisogno una bimba che pur con i suoi pochi anni si caricasse sulle spalle mezzo film, e dopo 4 mila visetti visionati e una ricerca che da pochi mesi è durata un anno, ha trovato un vero portento come Quvenzhane Wallis, da Houma, Louisiana, classe 2003. Aveva anche bisogno Zeitlin di un attore che avesse un po' il carisma di Danny Glover più giovane e assai più selvatico, e in un panificio si è imbattuto in Dwight Henry, le cui audizioni si svolsero alle due del mattino perché il resto del giorno lui vendeva il suo pane o recuperava il sonno mancante della notte.

Era al suo primo lungometraggio, Zeitlin, e cercava un po' di buoni auspici: il 20 aprile 2010, primo giorno di lavorazione, non distante dal suo set acquatico, la piattaforma BP Deepwater Horizon perse una enorme quantità di petrolio... In settembre, in postproduzione, visionando l'enorme massa del girato, capì finalmente cosa chiedere a quelle ore e ore di immagini: raccontare il rapporto tra una giovanissima figlia, Hushpuppy, e suo padre gravemente malato che le insegna a vedersela da sola (la madre già l'ha perduta, lei la immagina come una voce dolcussima che la segue e la consiglia).

Solo che per focalizzare al meglio questo racconto c'era bisogno di lavoro, di molto lavoro ancora: almeno di un altro anno al montaggio. E così, grazie a una donazione e a dei finanziamenti reperiti in giro, poté starsene altri dodici mesi in sala a lavorare in pace.

Il film è uscito in mezzo mondo, in Italia nei cinema dal 7 febbraio col titolo "Re della terra selvaggia", ha intanto già sbancato al redfordiano Sundance Festival, acquisendo come fan entusiasta e sponsor in tv niente meno che Barack Obama ("è spettacolare!"). A fine mese concorre per quattro Oscar, nelle categorie: film, regia, sceneggiatura non originale, attrice protagonista.

Un trionfo. E indubbiamente una lezione di cinema, quella di Zeitlin. Non tanto per i valori assoluti del film (è certamente bello, ma nella stagione ne abbiamo visti di migliori) ma per la protervia di un autore nell'inseguire il suo progetto, sulla carta assai poco commerciale, tra difficoltà enormi d'ogni tipo: gli italici bottegai della sceneggiatura e della produzione, i ripetenti dei progetti sovvenzionati e televisivamente garantiti, i ragionier fantozzi del plot e del volto noto da locandina o da salottino tv, uno così l'avrebbero fatto come minimo internare ("ha capito il film solo al montaggio e per giunta si è preso un altro anno!", e giù legnate sul povero stronzo mangiapane a tradimento...). In America, tra gli squali di Hollywood e i magnati col cuore a forma di dollaro, ha fatto boom, fino su alla Casa Bianca. Qualcosa non torna, o forse torna tutto.

Il fatto è che c'è riuscito con un film giustamente ambizioso, perché la vera inutilità è un pulito film senza ambizione, ma senza mai essere pretenzioso. Un film ancestrale, primitivo (i disegni degli animali sui mari, i mostri della Preistoria che ritornano), un film da domestico vecchio testamento (il giudizio universale, l'arca di Noè). Una favola animista in cui spicca su tutto e tutti la figura trascinante della bambina che conosce il mondo a partire dai suoi dati primordiali: la vita (ausculta i cuori di tutto quel che si muove), i rischi, le gioie, la paura, la morte (di suo padre, che nel bellissimo finale lei saluterà come in un rito, destinando alle acque la sua specie di tomba galleggiante data alle fiamme).

Guardare questo film, questa Louisiana viscerale e perduta e vitalissima, fa venire in mente tutti i sud del mondo, anche il nostro, con i suoi paesi dissanguati e i confini sfumati nel mare. "Beasts of the southern wild" (questo il titolo originale) è un piccolo poema sui posti liminari, i confini dello sprofondo, che ognuno identifica nei propri, se ne ha. Un film che è anche un atto di fede verso la fetta di mondo che si sceglie di filmare, e la comunità di cui ci si circonda per l'avventura. Zeitlin, famiglia borghese, un bel giorno di quattro anni fa si è ritrovato a New Orleans per lavoro e non l'ha più lasciata, rifugiandosi in una stamberga fuori città, a vivere tra gli animali selvatici. Aveva deciso che lì voleva vivere e quei luoghi raccontare, inseguendo il suo cinema con l'idea che "l'abilità di qualcuno nel preparare ciambelle o nel ridere di gusto contano per me tanto quanto la sua capacità di essere un ottimo carrellista". Alla faccia di tanti decorativi, ininfluenti giovani hipster con la macchina da presa.

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