Taccuino al buio

9 Febbraio Feb 2013 1603 09 febbraio 2013

L'arco costituzionale di Servillo

  • ...



Con "Viva la libertà" di Roberto Andò, dov'è il capo della sinistra italiana, Toni Servillo completa il suo personale arco costituzionale, dopo l'Andreotti del "Divo" di Paolo Sorrentino e il senatore del Pdl per Marco Bellocchio in "Bella addormentata". E con questa compie una grande sintesi delle prove "politiche" fin qui offerte (da ricordare al riguardo anche il Bassolino sindaco per Mario Martone in un episodio dei "Vesuviani"): c'è la sofferenza psico-fisica vestita di stoffa grottesca del Divo Giulio (lì l'emicrania, qui la depressione), il disagio e l'allontanamento dal proprio partito che apparteneva già al personaggio di Bellocchio, il pessimismo crepuscolare, corridoio verso un fallimento storico, che ricorda il vecchio primo cittadino napoletano.

Per "Viva la libertà" la sfida era bella e difficile: interpretare due personaggi opposti e complementari (due gemelli), l'uno leggero l'altro pesante, l'uno brioso l'altro cupo, miscelati in un unico ruolo che è poi quello che appartiene a uno dei due: segretario del primo partito d'opposizione, una formazione progressista, anzi post-comunista, che si appresta al voto tra grandi paure (non ultima, quella di vincere). Lo scambio di persona, con due psicologie che unite danno un'amplissima gamma espressiva, è un'occasione ghiotta per qualsiasi attore, figurarsi per uno del calibro di Servillo. Il quale con grande mestiere, ottimamente diretto da Andò che gli cuce addosso il film, evita ogni tipo di manierismo (in cui talora gli capita di cadere, forse per sopperire a ruoli non sempre ben scritti) giocando sui toni controllati, quasi minimalisti anche nelle molte pieghe brillanti del gemello allegro (un coltissimo filosofo con trascorsi in manicomio). E forse offre la sua migliore performance di sempre.

Va detto che il contesto è particolarmente agevole per un teatrante militante (ossia uno da 200 e più serate all'anno sul palcoscenico) come Servillo. L'idea del gemello è presente nella scrittura drammaturgica di ogni tempo, dai "Menecmi" di Plauto a "I due gentiluomini di Verona" di Shakespeare o "I due gemelli veneziani" di Goldoni. E' un'idea che peraltro sorregge interamente "Il trono vuoto", il romanzo scritto da Andò e da cui è tratto il film. Ho avuto modo di intervistare l'autore la scorsa estate, nei giorni in cui si stava chiudendo il contratto con Servillo, ed erano già chiari il realismo visionario e la misura della leggerezza che avrebbero connotato la pellicola. Significativamente, nella trasposizione cinematografica, si perde nel titolo la metafora del potere legata al "trono" (immagine che d'impatto già disegna i contorni "politici" dell'opera, come accade nel "Trono di sangue" di Kurosawa - che in originale ha il tratto più monumentale, ma in fondo non distante del "Castello di ragnatela" - e in qualche modo anche nella serie tv americana "Il trono di spade").

Per il grande schermo, non più trono, ma libertà; non più un oggetto, ma spirito; non un luogo da occupare, ma un concetto per esperire il nuovo, per inventare il destino. E proprio "La forza del Destino" di Giuseppe Verdi accompagna l'evolversi della vicenda, che si dipana tra la Roma della politica e la Francia dove il vero segretario si nasconde. La chiave del film, la sua base ideale è la passione, la passione per quello che si fa, per quello che si ama, un tesoro interiore che non va lasciato impolverarsi come un pianoforte mai suonato. Ogni discorso del "chi è chi" sui vari personaggi - soprattutto oggi, in piena campagna elettorale - è solo un giochino da spettatori stanchi (al proposito, ricordo con un brivido di vero terrore certi discorsi sullo scilipotismo di Lincoln).

Il film esce a San Valentino in 100 copie: non molte. La concorrenza è forte, ci sono molti bei film americani, peraltro in vista degli Oscar, ma un dato è assodato: con "Viva la libertà" si alza finalmente il tasso qualitativo della desolante mediocrità italiana attualmente nelle nostre sale.

Correlati