Taccuino al buio

21 Febbraio Feb 2013 1946 21 febbraio 2013

Le due musiche della vecchiaia

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La domenica degli Oscar è ormai a un passo e "Amour" si annuncia uno dei protagonisti sul palco di Los Angeles. Opera parigina di uno schivo e austero austriaco come Haneke, ha in questa stagione (e in questi giorni sugli schermi italiani) un curioso controcanto, assai più leggero, nell'opera inglese di un super-divo americano come Dustin Hoffman: il film è "Quartet".

Le due pellicole, che sintetizzano la propria storia in una sola parola nel titolo, sono imbastite sui medesimi cardini: la vecchiaia e la musica.

"Amour" sviluppa il tema su un drammatico, antispettacolare scivolamento verso la morte. Nei suoi interni, il film coltiva l'angoscia di una vita che non ha più senso e dunque pone fine a se stessa. La strada è segnata dalla composta serietà della musica da camera.

"Quartet" è invece un film di cantanti a riposo, una commedia che omaggia l'opera italiana, e pertanto è racconto di estroversione, benché non scivoli mai sul patetico. L'occhio è su persone ormai zoppicanti, con vuoti di memoria, col cuore instabile: la morte non c'è, ma ci sono i suoi anticipi.

E' fin troppo facile sottolineare la perfezione narrativa di Haneke, la sua clinica pietas, e dall'altra parte la onesta dolce rozzezza di Hoffman, fin troppo innamorato di Verdi e della bravura dei suoi attori.

Tra "Amour" e "Quartet" c'è un abisso.

Eppure confrontando l'animo di spettatore all'ultimo fotogramma di entrambi, sovviene un'inattesa sensazione: che quell'abisso non ci sia più, perché la vita che ritrova in se stessa il gusto d'esser vissuta - il senso del finale di "Quartet" con gli applausi e la "Bella figlia dell'amore"- è una spinta troppo più forte di ogni pessimismo.

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