Taccuino al buio

25 Febbraio Feb 2013 1544 25 febbraio 2013

Anna Karenina

  • ...



Niente, proprio non ci riesco. In fondo qualcosa dovrei scrivere sugli Oscar e chi ha vinto, ma tra l'onesta legnosità di Argo, la stupidità di Django, il Lincoln col disinfettante di Spielberg, le tigri e le facce da Pi, non ci riesco. Potrei scrivere con certo animo di “Beasts of the southern wild”, ma già l'ho fatto. Quindi.

Quindi scrivo di "Anna Karenina". Non tanto per Tolstoj, che - rimanendo ai grandi russi - alla distanza dei decenni ci comunica assai meno di Dostoevskij e perfino di Cechov - ma questo è un discorso puramente personale.

Parlo di "Anna Karenina" per l'adattamento cinematografico che ne è stato tratto e che oggi è sui nostri schermi. Insomma, parlo di "Anna Karenina" per parlare di Joe Wright e soprattutto di Tom Stoppard. Mi perdonerà, l'anima di Tolstoj.

Trovo che ci sia qualcosa di stupefacente nel ridurre un romanzo ponderoso a due ore di pellicola. Il bello è che non si perde quasi nulla della sua meccanica narrativa, il che spiega due cose: che Tolstoj va pesato al netto, e non al lordo delle pagine, e che Stoppard è un genio dello script (uso di rado questa parola, anche perché spesso è accostata a imbrattacarte del tipo Tarantino, il che mi ripugna).

Sì, Stoppard. Per quanto provi, non riesco a limitare l'ammirazione incontenibile per uno che qualsiasi cosa abbia fatto, gli è sostanzialmente riuscita. Nato in Cecoslacchia, lasciata per l'orda nazista che giungeva, passato bambino per India e Singapore, da ragazzo è un giornalista al Western Daily Press, giornale di Bristol: le peregrinazioni familiari lo hanno infatti portato in Gran Bretagna, dove diventa più britannico dei britannici. Innanzitutto per l'amore per il teatro. In rapido passo scrivendo senza sosta diventa un celebre drammaturgo: a trent'anni appena scrive il suo capolavoro, "Rosencrantz e Guildenstern sono morti", splendido gioco laterale sull'Amleto di Shakesperare. Da lì in poi, è tutta una scalata. Successi popolari con sofisticate piece. Presto arriva il cinema, dove lascia non moltissime tracce ma leggendarie: "Brazil", "L'impero del sole", ancora un gioco sul Bardo per "Shakespeare in love", con cui vince un Oscar. Nel 1990 ha occasione per fare il regista, ritornando al vecchio copione su "Rosencrantz e Guildenstern" e vince il Leone d'Oro a Venezia.

A questo punto, ditemi: come si fa a non considerare Stoppard un genio? Nel 2011 lo chiamano per la storia di Anna, eroina dell'amore che chiude la sua vita sotto un treno. E ne trae un orologio svizzero di battute e spostamenti di azione. Il copione nelle mani del regista Joe Wright trova uno sbocco creativo ulteriore, e geniale: il film sarà girato in un teatro, con spostamenti di scene a vista, con scene e set che mutano all'alzarsi di una parete o all'evolversi di un carrello. L'epica un po' invecchiata del romanzo modernizzata su grande schermo dal ritmo del palco. L'unico problema è: che lo dice a Stoppard? Tocca a Wright, naturalmente: e visto che parla con uno degli uomini di teatro più grandi d'Europa, il cambio di struttura si fa senza isterie. Riscritture, miglioramenti opportuni, ultime revisioni.

La nuova Karenina è pronta per il set, si può dar inizio alle "prove aperte di infelicità" (è il bel sottotitolo del recentissimo spettacolo tratto dal romanzo a firma del compianto Giuseppe Bertolucci con Sonia Bergamasco). Con la consumata produzione della britannica Working Title, che con Wright ha già fatto "Orgoglio e pregiudizio", il grosso dei set è allestito agli Shepperton Studios, dove si fa ruotare la giostra della Russia imperiale nell'anno 1874, immenso paese che sogna l'Europa, che parla francese in società, che vive senza vedere il suo crepuscolo. Mosca-babilonia e Pietroburgo capitale sono i poli della passione extraconiugale di Anna per il conte Vronsky e tutto avviene su palcoscenici mobili e rutilanti, dove sfilano corse di cavalli, si fermano treni, si fa l'amore, sale da ballo diventano uffici pubblici, uomini in uniforme e donne in abiti ottocenteschi bagnati negli anni '50 di Chanel e Balenciaga, al ritmo di surreali valzer e mazurke composte da Dario Marianelli, tutto fotografato come a teatro con luci vecchio stile al tungsteno.

Intendiamoci il risultato può piacere e non piacere: certamente una bella quota di soddisfazione dipende dalla capacità di apprezzare il maestoso lavoro tecnico che tiene in piedi l'operazione, oltre all'antipatica bellezza di Keira Knightley e a un monumentale Jude Law, sadicamente imbruttito nelle sembianze del ministro zarista Karenin, marito tradito.

Correlati