Taccuino al buio

27 Febbraio Feb 2013 1751 27 febbraio 2013

A tutto Gus

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In questo preciso momento dell'attuale stagione cinematografica, lo spettatore informato può imbattersi in una specie di trip: leggere di un film di Gus Van Sant e avere occasione di vederne due. Non due in uno: due di numero. "Promised Land" è il primo. E l'altro? "Noi siamo infinito". Sì perché cos'altro è "Noi siamo infinito" se non un film del maestro di Portland?

Curiose coincidenze del trip: entrambi sono ambientati a Pittsburgh. Il primo nell'attualità agro-energetica; l'altro nella urbanità giovanile degli anni Novanta. Curiose constatazioni del trip: il più gusvansantiano dei due film di Gus Van Sant è proprio quello che non è di Gus Van Sant.

"Noi siamo infinito" nasce dal romanzo cult "The Perks of Being a Wallflower" di Stephen Chbosky, che lo stesso scrittore ha portato sullo schermo. Il miglior film sulla gioventù visto negli ultimi mesi è una naturale filiazione delle opere di Van Sant dedicate alla gioventù disturbata, di cui egli è imposto come il massimo narratore nel cinema contemporaneo. Basti pensare a "Elephant" e "Paranoid Park", celebrati capolavori, anche se non dimenticherei il più snobbato "Restless" di due anni fa.

Il trio ragazzino di "Noi siamo infinito" tra omosessualità, incomprensioni e schizofrenia è davvero puro gusvansantismo.

Più di mestiere, meno di cuore, è invece "Promised Land" che rinnova l'intesa tra il regista e Matt Damon, giunti alla terza prova da coautori (l'attore ha scritto e interpretato anche i precedenti comuni "Will Hunting" e "Gerry"). Gus Van Sant porta avanti ormai da tempo una carriera binaria in cui procedono parallele e mai tangenti una produzione sperimentale, osannata nel circuito autoriale ai massimi livelli, e l'altra più commerciale, talora premiata da incassi e da Hollywood. "Promised Land" rientra nella seconda categoria: non una pietra miliare, ma una pellicola certamente bella, impegnata, ben diretta.

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