Taccuino al buio

4 Aprile Apr 2014 1924 04 aprile 2014

In grazia di Dio e del Salento

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La grazia è un concetto che nel cinema contemporaneo rimanda immediatamente a Terrence Malick. Se finisce nel titolo, in un film profondamente incarnato nel racconto della natura, con la esibita luce in macchina come nei film del maestro texano che ama trafiggere lo schermo coi raggi del sole e utilizza il paesaggio come personaggio, possiamo senz'altro dire che l'operazione di Edoardo Winspeare con 'In grazia di Dio', nella sua dolce limitatezza di mezzi, è profondamente ambiziosa e felicemente riuscita. Recuperando una traccia forte di religiosità di questo preciso Mezzogiorno, già esplorata nelle forme irridenti della parodia in quel 'sud del Sud dei santi' di Carmelo Bene, il regista aristo-salentino articola un quadro mariano dove ogni personaggio femminile copre un'età diversa della donna ed esprime le tenerezze e i furori che quell'età reca con sé. Nelle diverse direzioni delle necessità e dei sogni che ognuno dei personaggi affronta e coltiva si innescano i conflitti e le soluzioni che miracolosamente dipingono un ritratto della crisi contemporanea ma rimandano anche a una più simbolica immagine del matriarcato meridionale, riserva di civiltà e di salvezza.

In un Salento anti-turistico, depurato dalle luci melo-pubblicitarie degli Ozpetek di turno, una famiglia fa i conti con la crisi: la piccola fabbrica deve chiudere, e le quattro donne, ossia la nonna, la madre con la figlia e la zia, si arrangiano ritornando alla vecchia casa in campagna e mettendosi a coltivare i prodotti da barattare con altri beni di necessità. Senza nessun rimando a quella frottola economica della decrescita felice, Winspeare rileva come il ritorno alla terra - obbligato, e certo non comodo né tanto meno felice - inneschi un atteggiamento di positività che se non rimargina le ferite interiori dei suoi personaggi, offre una sponda di dignità nella vita materiale alla deriva incorporea della crisi finanziaria.

Il film dura parecchio, quasi due ore e mezzo, ma non lascia un momento di tregua né di caduta nella tenuta del racconto, sorretto da eccezionali recitazioni e una consapevolezza profonda dell'ambiente in cui si svolgono i fatti, della sua cultura, delle sue dinamiche. E' una galassia quasi esclusivamente femminile, dove gli uomini al massimo evadono da emigranti in Svizzera, o sono ispettori di Equitalia eventualmente addolciti da una timidezza amorosa, o al più sosia non milionari di Beppe Grillo...

Uno dei personaggi a un certo punto cita Vittorio Bodini, valente e poco noto poeta salentino. Oltre alla poesia citata brevemente, quest'altra - scritta prima del boom del dopoguerra - più ancora ci sembra delineare la 'grazia di Dio' di questo Mezzogiorno discreto, disperato, vitale:

Viviamo in un incantesimo,

tra palazzi di tufo,

in una grande pianura.

Sulle rive del nulla

mostriamo le caverne di noi stessi

- qualche palmizio, un santo

lordo di sangue nei tramonti, un libro

lento, di pochi fatti che rileggiamo

più volte, nell'attesa che ci dia

tutte assieme la vita

le cose che crediamo di meritare.

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