Taccuino al buio

11 Aprile Apr 2014 1130 11 aprile 2014

Il Buono, il Brutto, il Vincenzoni

  • ...

articolo uscito su Venezie Post il 7 aprile 2014

di Alberto Alfredo Tristano

Luciano Vincenzoni e Carlo Mazzacurati, glorie venete del cinema. Entrambi scomparsi di recente nel giro di pochi mesi, entrambi giustamente omaggiati al Bari International Film Festival, vetrina di primavera del cinema italiano che richiama in Puglia i nomi più importanti del nostro audiovisivo: a cominciare dal premio Oscar Paolo Sorrentino che ieri ha tenuto una seguitissima lezione di cinema e che si appresta a girare in Veneto il suo prossimo film, con Michael Caine nei panni di un musicista. Ma poi anche Paolo Virzì, passando per Valeria Golino, Sergio Castellitto, Cristina Comencini, Giuseppe Battiston, e tanti altri.

Vincenzoni e Mazzacurati, dicevamo. Felice Laudadio, direttore artistico della manifestazione barese e negli anni '90 guida della Mostra del Cinema di Venezia, ha voluto ricordare uno dei massimi sceneggiatori del cinema italiano dedicando al suo nome il premio per la migliore sceneggiatore assegnato nel concorso del festival. E, a meno di un anno dalla sua scomparsa (avvenuta nel settembre scorso, all'età di 87 anni), ha allestito una serie di iniziative e incontri sulla sua figura. Intanto, la riproposizione del documentario biografico 'Il falso bugiardo' di Claudio Costa, girato qualche anno fa, in cui Vincenzoni dà prova della sua straordinaria vis narrativa, che possedeva non solo per la pagina ma anche nell'eloquio. Storie incredibili, così incredibili da parere inventate e non invece vere com'erano. Da qui il soprannome di 'falso bugiardo' attribuitogli dall'immenso Pietro Germi che con lui realizzò tre capolavori assoluti come 'Il ferroviere', 'Sedotta e abbandonata' e 'Signore & signori'. Tre sguardi sull'Italia del dopoguerra e del boom, tre quadri che restituiscono con padronanza magistrale i toni del racconto, dal comico al dolente, su personaggi crepuscolari, passionali, licenziosi, disperati. Una strepitosa commedia umana, che attraversa lo Stivale, tra Roma, la Sicilia e il Veneto. Proprio l'ultimo film del duo Germi-Vincenzoni, 'Signori & signori', doveva essere il debutto dello sceneggiatore alla regia, con una storia tutta sua, della sua Regione, dei tipi umani che aveva conosciuto e poi ritratto negli episodi. Vincenzoni sapeva di andare sul sicuro, per il suo esordio, ma con grande generosità (generosità ai limiti dello scialo, specie quando si trattava di tavoli da gioco...) lasciò il film a Germi, che usciva da un periodo terribile per la morte della prima moglie. Venne fuori il capolavoro che sappiamo, premiato a Cannes, un successo in tutto il mondo, che traccia un'immagine del Veneto, terra bianca di ipocrisia e cattolicesimo democristiano ma anche splendide figure di leggerezza specie femminili, che ancora oggi rimane un esempio di narrazione sociale territoriale insuperato.

Ma Vincenzoni fu anche una delle menti dello spaghetti-western, tra le più fortunate pagine del cinema popolare italiano. Basta un nome: Sergio Leone. Scrissero, si intesero, litigarono, divennero ricchi, per tre occasioni: 'Per qualche dollaro in più', 'Il buono il brutto il cattivo', 'Giù la testa'. E l'amicizia con Sergio Leone introduce un'altra di quelle storie che davvero solo Vincenzoni poteva passare, così sbalorditiva da sembrare falsa, e invece... In pratica Leone fu grazie a Vincenzoni (e alla sua passione per due ricche sorelle di San Francisco) che non incappò in una tragica circostanza, tristemente famosissima: il massacro di Sharon Tate, allora moglie di Roman Polanski, e delle sue amiche per mano delle seguaci di Charles Manson. A quel party dovevan partecipare anche Vincenzoni e Leone che si trovavano a Los Angeles a caccia di soldi per i film. Solo che Vincenzoni diede buca e Leone decise di non andarci perché non parlava granché bene l'inglese. Il resto è storia nota.

Si capisce come da una personalità così vulcanica e speciale siano uscite fuori storie che hanno fatto il giro del mondo, dalla 'Grande guerra' ai capolavori citati prima. Ideazioni del grande trevigiano illuminato dalla magia della narrazione nella Padova del '44 devastata dalle bombe, trovando su una bancarella 'Viaggio al termine della notte' dell'adorato Louis-Ferdinand Céline, lo scrittore più maledetto del Novecento. Il più grande libro mai scritto, secondo Vincenzoni. Strana coincidenza: 'La grande bellezza' scritta da Sorrentino e dal padovano Umberto Contarello comincia proprio con una citazione da quel romanzo: 'Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, niente altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita'.

Vincenzoni è stato un riferimento imprescindibile per chi abbia scelto di raccontare con le immagini, e puntare lo sguardo sul Nordest. Una lezione che vale fino agli ultimi cineasti della covata veneta, come Andrea Segre e Matteo Oletto, presenti a Bari con i loro 'La prima neve' e 'Zoran, il mio nipote scemo'. Una lezione che è valsa per l'ottimo Carlo Mazzacurati. Il regista padovano è morto nel gennaio scorso. In questo mese arriva nelle sale italiane l'ultima sua pellicola, 'La sedia della felicità', presentata in anteprima assoluta al Torino Film Festival nell'autunno scorso, e che a Bari è stata presentata prima del debutto ufficiale alla presenza del friulano Giuseppe Battiston. Forse come esorcismo alla malattia che lo condannava, 'La sedia della felicità' è uno dei film più lievi e sorridenti di Mazzacurati. Un film che tratta con tenerezza ancora maggiore del consueto i propri personaggi, collocati in un Veneto - in particolare il Lido di Jesolo ma anche le Dolomiti - che vive una crisi profonda e nonostante tutto si aggrappa alle illusioni di ricchezza, trovando nel viaggio motivi più profondi per provare a essere felici. Debuttano nella filmografia del padovano due nomi importanti e non veneti come Valerio Mastandrea, nei panni di un tatuatore, e Isabella Ragonese, estetista. La sedia del titolo fa parte di un salotto andato all'asta e contiene un tesoro di gioielli nascosto sotto le fodere. I nostri eroi la cercheranno in lungo e in largo, attraverso peripezie che mostreranno le frustrazioni e le infelicità personali ma anche le riserve di umanità per riassestare la propria vita. E' difficile non vedere questo film senza la tristezza del pensiero legata alla scomparsa del suo autore, che ci ha però lasciato con eleganza e stile un'ultima testimonianza della sua bravura, piena di sempre nuovo stupore e identica sincerità, nel trovare nel suo Veneto la materia per raccontare il nostro agitato presente.

Correlati