Taccuino al buio

14 Aprile Apr 2014 0957 14 aprile 2014

Piccole patrie ed anarchia

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articolo uscito su Venezie Post il 12 aprile 2014

di Alberto Alfredo Tristano

La bravura di un artista sta nel vedere quel che gli altri non vedono o vedono dopo. La cronaca solo da poco s'è accorta di Gianluca Busato con la sua consultazione secessionista nel Veneto. Alessandro Rossetto, regista di 'Piccola patria', li riprendeva già un anno fa per il suo film, presentato nella sezione Orizzonti all'ultima Mostra del cinema di Venezia, e distribuito nelle sale ora. Rossetto è uno dei migliori documentaristi italiani e dunque sa come affrontare la realtà e raccontarla. Lo fa anche in quest'ultima sua pellicola, che tecnicamente è il suo esordio nel cinema di finzione (per quanto la separazione tra i generi sia sempre più debole) e prosegue il suo percorso nelle dinamiche sociali, tra storie apparentemente lisce e in realtà rivelatrici dei disagi e delle questioni del tempo. Rossetto è padovano e il Veneto si respira in almeno due dei suoi splendidi documentari, come 'Chiusura' sull'ultimo giorno di attività di un negozio di parrucchiera nella periferia padovana, e 'Bibione Bye Bye One' sull'umanità varia e quasi metafisica del centro del “divertimentificio” estivo.

'Piccola patria' si svolge in un Nordest indefinito, ricavato dalla larga campagna piana del veronese aggredita dal cemento, dal Cristo dell’Isonzo, dai capannoni svuotati dalla crisi. In questo panorama si svolgono le storie meschine di ricatti sessuali, xenofobia, paura della povertà, di un gruppo di personaggi di età e sesso diversi, di nazionalità e di pulsioni differenti. Il regista focalizza con precisione quel tessuto di contraddizioni che da decenni il luogo si porta appresso: industria e campagna, arcaismo e innovazione, chiusura e slancio. Forse imperfetto nel tirare le fila della storia, con personaggi che scompaiono per riapparire solo molto dopo, 'Piccola patria' è una salutare mazzata nel racconto contemporaneo odierno. Un acuto richiamo sulle tensioni che attraversano il Paese e che non sembrano avere una risposta adeguata.

'Piccola patria' è anche la dimostrazione che il cinema fatto a Nordest gode di un'attenzione e anche di un seguito, anche attraverso autori giovani quando non esordienti, che era inedito fino a non molto tempo fa. Al Bari International Film Festival ci sono state le code per le proiezioni di 'Zoran, il mio nipote scemo' di Matteo Oleotto, e gran riscontro anche per la 'La prima neve' di Andrea Segre: entrambi in concorso per miglior opere prime e seconde. Un'accoglienza che segue una fortunata presenza in sala con film piccoli, ma capaci di crearsi un proprio pubblico.

Nella manifestazione barese, oltre agli omaggi dedicati a Luciano Vincenzoni e Carlo Mazzacurati di cui abbiamo già scritto, il Nordest ha avuto una sua presenza significativa attraverso due documentari: il primo è 'La preda. Silenzio in nome di Dio', di Silvia Luzi e Luca Bellino, dedicato alla tragica storia delle vittime dei sacerdoti pedofili. Un tema pesantissimo, che vede tra le vicende ricostruite nel film quella dell'Istituto Provolo di Verona, una vicenda agghiacciante di abuso sui minori colpiti da handicap. 'La preda' è un violento atto d'accusa alle omissioni e ai silenzi che la Chiesa ha opposto a chi ha cercato di saperne di più.

L'altro documentario nordestino a cui ci riferiamo è 'An anarchist life' di Ivan Bormann e Fabio Toich, dedicato alla figura di Umberto Tommasini, celebre anarchico triestino, tra i protagonisti della sinistra libertaria del Novecento. Figlio di quell'Angelo che portò il socialismo a Trieste, città che secondo Marx insieme a New York andava studiata per capire le nuove teorie economiche sul capitale, Umberto studia e diventa fabbro, abbracciando il verbo di Bakunin. Anarchico realista ('Mai fare indigestione di anarchia'), al confino col Amadeo Bordiga fondatore del Partito comunista in Italia e coraggioso difensore di Trotzki, amico della leggenda anarchica Camillo Berneri, e combattente in Spagna contro i franchisti, Tommasini a Trieste condivise in gioventù a sinistra un pezzo di strada con Luigi Caligaris, comunista eterodosso, e Vittorio Vidali, il più importante staliniano italiano dopo Togliatti, anche lui combattente in Spagna ma contro gli anarchici, e in questa veste ricordato perfino da Hemingway come «Carlos, colui che aveva il pollice e l'indice sempre ustionati per quanto usasse intensamente il grilletto», uno degli esecutori delle purghe del dittatore sovietico, di cui fu vittima proprio l'ex amico Caligaris spedito - lui tisico - in Siberia (Vidali, decenni dopo, accusato del fatto proprio da Tommasini, dirà pubblicamente: «Mai conosciuto un uomo di nome Luigi Caligaris»). La storia tragica e romanzesca di Tommasini è ricostruita attraverso molte belle testimonianze rese da chi lo conobbe. 'An anarchist life' restituisce così la generosità di un uomo intriso ma non accecato di ideologia, che fra Trieste, il piccolo paese natale friulano di Vivaro e il mondo grande e terribile, sperimentò la lotta ai totalitarismi , dai fascismi europei al comunismo, in nome della amata idea di libertà.

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