Taccuino al buio

20 Maggio Mag 2014 2257 20 maggio 2014

Le meraviglie che non meravigliano

  • ...

di Alberto Alfredo Tristano

Incombe col profilo alto della sua figura, sciarpa lunga e immancabile cappello, il gran visionario Federico Fellini su certa produzione peninsulare, a vocazione festivaliera ed ambizione internazionale, forse proprio per l'appeal oltreconfine che conserva il segno cinematografico dell'immenso riminese. Felliniana indiscutibilmente era 'La grande bellezza' di Paolo Sorrentino, felliniane sono 'Le meraviglie' di Alice Rohrwacher in concorso al Festival di Cannes. Monica Bellucci vi gioca come versione femminile dello Sceicco bianco nell'accensione del desiderio, opportunamente aggiornato al contemporaneo consumo nazional-popolare che ha sostituito ormai da quel dì il fotoromanzo col piccolo schermo. Il personaggio principale di questa favola antropologica, come lo era 'La Strada' coi suoi vagabondi del circo, si chiama Gelsomina il cui padre padrone ha tutta la rozza brutalità d'uno Zampanò. Molti personaggi minori sono raccontati come auguste macchiette di gusto avanspettacolare e infine i bozzetti del set televisivo, i vestiti da etruschi, le grotte, i tocchi esotici come il cammello, rimandano a figurine, caricature e situazioni del vecchio Fellas.

Posto il richiamo innegabilmente felliniano delle 'Meraviglie' come della 'Grande bellezza', duole rilevare come di questo vasto oceano di immaginazione profonda e oscura, criptica e onirica, emergano sulla superficie poco più che le macchiette, le note di colore, le facilonerie, insomma l'attrezzeria folcloristica che correda l'opera del maestro, la facilita nella memoria collettiva, ma la rappresenta e incarna solo in misura piccolissima. Sicché ci ritroviamo con uno stuolo di fenicotteri rosa e cammelli legati alla giostra, donne nane e onomastica favolistica femminile, e quasi niente del cuore inquieto dell'infinito film felliniano, fatto di rapsodie e ripetizioni, di convegni festosi e finali tra personaggi e di irrisolti rapporti tra sessi, di solitudini patologiche e barocchismi cimiteriali, nel lungo canto pellicolare di un poeta dell'angoscia e della commozione.

Incombe Fellini e si staglia come pietra di paragone, dopo esser stato fonte, e tuttavia ci sembra che sfugga, nel citarlo, nel ripercorrerne le tracce, un'autentica riflessione sulla sua più intensa eredità.

'Le meraviglie' è un racconto di campagna, fatto di miele e di acqua di lago, su una famiglia spaccata tra un padre che sostanzialmente teme il mondo e abbaia in tedesco, e il contorno di donne piccole e grandi che invece al mondo vorrebbero aprirsi. Qualche visione riuscita (le api che escono dalla bocca: e infatti la regista la usa due volte, e ci fa pure la locandina - assai bella - per ottimizzare il prodotto), buon uso delle giovani interpreti, tensione narrativa zoppicante, brutta realizzazione di tutta l'ultima parte, quando arriva la tv, peraltro con un finale inutilmente incomprensibile. Vagamente autobiografico, 'Le meraviglie' è la conferma che l'autobiografismo, pur vago, è una delle peggiori piaghe del cinema contemporaneo, più o meno indipendente, più o meno autoriale, più o meno giovanile.

Non basta citare Fellini per fare film felliniani. E a dirla tutta, non basta nemmeno vincere l'Oscar per fare gli incassi felliniani. Sono strani, i nostri nuovi autori: pur giovani, fanno già scattare la nostalgia per i loro esordi, ancorché vicinissimi nel tempo.

Correlati