Taccuino al buio

31 Maggio Mag 2014 1147 31 maggio 2014

Prospettiva Zoran

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Dall'ultima Mostra del cinema di Venezia, dove vinse il premio del pubblico alla Settimana della Critica, ha collezionato una dozzina di riconoscimenti e il 10 giugno se la gioca ai David di Donatello per le categorie di miglior regista esordiente, Matteo Oleotto, e miglior attore protagonista, Giuseppe Battiston. «Zoran il mio nipote scemo» è stato uno dei casi cinematografici della stagione italiana: il lancio di un nuovo autore esordiente e la conferma della popolarità del suo interprete principale. Due nordestini di pura specie, goriziano Oleotto e udinese Battiston, che sulle virtù delle osmize e la poesia della frontiera orientale hanno offerto questo tenero omaggio alla propria terra.
Oleotto, nonostante i 13 anni a Roma, è perfino più nordestino di prima. Ci dice: «Oggi il cinema ha voglia e bisogno di raccontare storie autentiche. E per farlo occorre conoscere la realtà che si descrive. Io mi ritengo fortunato perché la mia terra è piena di conflitti irrisolti, piena di persone che inseguono progetti destinati a non compiersi. Tutte storie belle da raccontare. Ecco perché non posso che ritornare lì».
Se dovesse definire il suo Nordest, che direbbe?
«Il Nordest che vedo io è un luogo di grandi esseri umani che si son fatti divorare dai soldi, e questo ha cambiato il nostro dna, perché prima di essere terra di leghisti e piccoli imprenditori, eravamo patria di grandi artisti. Dopodiché ci tengo a precisare le definizioni, e quindi a parlare della mia terra come di 'Est' più ancora che di 'Nordest'. Perché nell'Est sento più forte il senso del confine, concetto cui sono molto legato. In 'Zoran' c'è uno scambio fisico tra posti diversi, Italia e Slovenia. Ma è anche una contaminazione mentale. Fino a pochi anni fa Gorizia era conosciuta solo per il suo confine, per essere letteralmente spaccata da esso. Era il margine d'Italia. Oggi invece abbiamo davvero l'occasione di essere il centro d'Europa».
Questa sua riflessione cade proprio a elezioni europee apppene concluse, in cui si parla di crisi del continente.
«Non nascondo la crisi, ma io vedo soprattutto una forte potenzialità dell'Europa, perfino un suo fiorire. Idee e progetti si scambiano senza sosta, si moltiplicano, e creano occasioni impensabili fino a poco tempo fa. Io credo addirittura che ci sia una rinascita dell'Europa, nonostante tutto. E me lo auguro soprattutto pensando alla mia Gorizia. Faccio un esempio: in 4 ore sono a Belgrado, 5 a Vienna, 2 e mezzo a Zagabria. Tre capitali europee a una distanza tutto sommato modesta. Ecco le occasioni di cui parlo. Dobbiamo sentirci europei, almeno come ci sentiamo italiani. Peraltro per noi Roma sta a 6 ore e mezza, è la capitale più lontana».
Queste occasioni nel suo lavoro cosa vogliono dire?
«Innanzitutto lavorare sulle coproduzioni. Che non dovrebbero essere viste solo come una modalità banalmente produttiva, ma proprio un concetto culturale. Cioè misurarsi con un panorama più vasto. Incontrare persone nuove, investitori che hanno voglia di portare la loro cultura e ricchezza in un progetto comune».
Sarà così il suo prossimo film?
«Sì, sarà una coproduzione. Diciamo che sarà un film molto zoraniano, con lo stesso tono di commedia amara, friulanissima, anche se non collocato in un luogo dichiarato».
Lei si muove nel genere della commedia. Come la intende?
«Per me la commedia è la vita, un contenitore di cose che fanno molto ridere e molto piangere. Mi piace farla provando a sondare tutti i sentimenti in un organo unico, possibilmente senza ricorrere a battute sulle tette, perché diciamolo chiaro, la nostra tradizione di commedia è stata davvero massacrata dai registi e dagli sceneggiatori. Abbiamo inventato un genere unico, tutto nostro, negli anni '50 e '60, poi gli anni '80 hanno smaltato tutto. Ci spiegavano che coi film di Vanzina si facevano soldi da reinvestire poi nel cinema di qualità, e invece quei soldi sono andati via in barche e ville al mare. Oggi forse c'è la possibilità di recuperare, lungo una tendenza che vedo in molte cinematografie europee».
Si aspettava il successo che ha avuto la sua commedia?
«Ovviamente no, non era preparato. Aggiungo però che certamente arrivano premi, belle pacche sulle spalle, ma i soldi sono sempre pochini. Insomma, se arrivasse qualche riconoscimento economico sarebbe assai meglio. Io credo che il cinema debba restare un'esigenza, ma nemmeno si può finire ad alimentare cineteche con i tuoi dvd sulle mensole degli amici. In ogni caso il successo è stato entusiasmante, ho girato molto, incontrato tanta gente cui è piaciuto il film. E' stato bellissimo. Oggi invece sto conoscendo la fase dell'angoscia, con quelli che mi dicono: 'Eh Matteo, ora il secondo film, mi raccomando'. Un'angoscia che si inserisce perfettamente nel rapporto di amore-odio con Roma».
Cioè?
«Diciamolo francamente: non ce la faccio più. E' proprio un problema di organizzazione».
Pura nostalgia asburgica...
«Vero, speravo di nasconderla. Scherzi a parte, io sono un appassionato delle file, credo nella meritocrazia delle file alle poste e dal salumiere, hai le tue necessità e vai secondo il tuo turno, civilmente, senza sbranarsi. Ecco a Roma, le file non hanno turni, qui rischi di fare la fila per mesi e alla fine trovare il cartello 'chiuso'. E lo dico comunque con gratitudine per una città che mi ha insegnato il mestiere e fatto incontrare persone decisive. Ma non vorrei rimanerne schiacciato».
Ho letto una sua conversazione sul compianto Carlo Mazzacurati con il suo sceneggiatore storico Marco Pettenello. Uno dei migliori narratori del Nordest, peraltro uno che a un certo punto ha lasciato Roma per ritornare nella sua Padova.
«Purtroppo non ho avuto modo di conoscere Mazzacurati ma so che ha visto 'Zoran' e gli piacque. Purtroppo era già malato. Ho amato molto il suo cinema e a un certo punto ho voluto sapere tutto di lui. Mi ha molto colpito quel che ha detto Nanni Moretti: nel giorno del suo funerale sull'Eurostar per Padova c'era tutto il cinema italiano, che andava a rendergli omaggio. Ecco non credo che oggi siano in molti nel nostro cinema a provocare un simile affetto. Mi piacerebbe diventare così, mi piaceva il suo lavoro, ma soprattutto era un uomo pulito, serio, ironico. E poi i suoi film raccontavano una realtà che è la mia, li sento molto affini alla mia sensibilità».
Quale altro regista le piace?
«Amo alla follia Matteo Garrone, è forse l'unico regista internazionale che abbiamo in Italia, l'unico che abbia un punto di vista sempre preciso, cioè l'unico che sappia individuare il punto esatto in cui va messa la macchina da presa per raccontare la propria storia: è questo il compito più difficile di un regista, trovare il punto esatto».
Ci sono dei personaggi che le piacerebbe raccontare?
«Nella realtà ci sono dei personaggi che mi fanno commuovere: don Gallo, Gino Strada, la signora Welby... Dei sognatori concreti. Li trovo bellissimi personaggi»

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