Taccuino al buio

9 Giugno Giu 2014 2316 09 giugno 2014

La Cina è una canzone silenziosa

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di Alberto Alfredo Tristano

E' tutto un aprire porte in questi interni della Cina, per bucare il muro di incomprensioni compresse, di solitudini laceranti, è tutto un libero fluire di fiume come a trovare una corrente per la propria realizzazione. 'Song of silence' è tra i pochi film della Cina contemporanea non reticenti sulle nevrosi e le infelicità che vi albergano, ed è quasi un miracolo che abbia superato il visto della censura: per questo suo pessimismo non allineato, più ancora che per l'incesto, l'aborto, le famiglie devastate. Tematiche affrontate con grandissima sensibilità ma soprattutto un senso cinematografico compiuto, nonostante sia l'opera prima dell'artista e architetto Chen Zhuo, che aggira la povertà di mezzi come fanno i veri talenti, cioè con lo stile, mostrato ma non esibito organizzando con sapienza le inquadratura, giocando con i piani della scena e le relazioni sempre in movimento tra i personaggi.

Questa è la storia di una ragazza sordomuta, una che non può ascoltare le canzoni che non può cantare, e di una giovane cantante: le due son legate da un uomo, padre separato dell'una e compagno innamorato dell'altra, e questo triangolo è variamente vissuto dai tre nel corso del racconto e allargato a pochi altri personaggi secondari.

Pochissime le sale che lo hanno finora accolto, questo 'Song of silence', dopo un passaggio al Far East Film Festival di Udine due anni fa. Ma altamente consigliabile: l'opera di un autore promettente, per il quale non è difficile immaginare l'affaccio prossimo nei grandi festival del pianeta. Uno sguardo allarmante su quanto si muove nel ventre del colosso d'Oriente, nuova terra promessa del cinema, dove un miliardo e mezzo di persone riempiono sale che si moltiplicano vorticosamente. Certo, molto cammino è ancora da fare, specie sul fronte della libertà ideologica concessa agli autori. Al riguardo è interessante l'opinione di Gianluigi Perrone, che di 'Song of silence' è fra i produttori: frequenta la Cina da otto anni, ci vive stabilmente da due, in Italia ha fatto il giornalista cinematografico e prodotto pellicole indipendenti.

'In Cina si sente la grande voglia di cinema, è un mercato immenso, ma si illude chi pensi di conquistarli, sono i più grandi mercanti della Terra, la partita sarà tutta nelle loro mani' mi racconta Perrone. La censura per la circolazione nelle sale è ferrea, peraltro solo 44 sono i film stranieri ammessi nei circuiti ogni anno, con la distribuzione al 70% in mano alla Stato. Ma in compenso il video on demand è forte e piuttosto libero. Alcuni argomenti restano tabù nelle produzioni. La Triade, per esempio, o il Tibet, o lo sciopero, il sindacato. E poi c'è il problema della lingua. 'Anche i film cinesi sono titolati, a Pechino parlano diversamente da Shanghai', spiega Perrone.

Ma la settima arte indiscutibilmente sta vivendo una fase feconda, per quanto problematica sotto molti aspetti, di progresso e sperimentazione. Perrone mi racconta del prossimo progetto con Chen Zhuo, di prossima realizzazione: si gira ad agosto, budget più ampio, dieci volte più grande che per 'Song of silence', per una specie di commedia all'italiana, ma cinese. Nessuna contraffazione: semplicemente l'Italia continua a essere un riferimento sicuro all'estero, molto più di quanto pensiamo.

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