Taccuino al buio

19 Ottobre Ott 2014 0839 19 ottobre 2014

Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo

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di Alberto Alfredo Tristano

Ti chiami Nick, vai in Colombia, ottimo mare per il tuo surfing, incontri una ragazza che si chiama Maria, bella e tosta, te ne innamori, tutto procede, c’è solo un problema, e non esattamente piccolo: lei è la nipote prediletta di Pablo Escobar. Il che significa che Pablo vuol bene a lei e quindi vuol bene anche a te, e chi vuol male a te vuol male anche a Pablo, e soprattutto significa che la vita è tua, ma appartiene a Pablo, e “nobody escapes Pablo Escobar”, nessuno può sfuggirgli.

La biografia di uno dei più famosi e spietati criminali del Novecento, presentata al Festival di Roma, nasce sulla mescolanza: progetto scritto e diretto da un esordiente italiano, l’attore Andrea Di Stefano, che nella parte del boss colombiano ha avuto la star ispano-portoricana Benicio Del Toro, il quale dopo il “Che” di Soderbergh si misura con un’altra icona (e di ben altro tipo) del Sudamerica.

Chi è Pablo Escobar? E’ un politico, in quelle vesti nel film per la prima volta ci viene presentato, in un comizio, col faccione sui manifesti elettorali. E’ un senatore della Colombia, questa specie di aggregato criminale con la democrazia intorno. E’ uno psicotico del potere, con la malata canonica ambizione di essere Dio, io dio di Medellin e di tutto il Paese, mischiando spregiudicatezza negli affari e slancio populista verso la sua gente, da caudillo ufficioso che distribuisce soldi e assistenza medica, oliando il consenso con la filantropia a copertura della propria corsa all’oro.

Non uno Scarface barocco e dissociato (curioso e giusto che in un film sul narcotrafficante per eccellenza non si vedano mucchietti sparsi di coca) ma un freddissimo scalatore sociale, dove la scala è a misura dell’intero mondo. Perché le dimensioni del fenomeno Escobar sono impressionanti: il controllo dell’80% del traffico di cocaina del mondo, un patrimonio da 30 miliardi di dollari, che lo rende il settimo uomo più ricco del mondo.

Contribuisce alla resa di un personaggio così complesso il volto e il corpo di Del Toro, grosso come un barile, controllatissimo nel parlare e nel muoversi, davvero micidiale: che si tratti di ordinare un omicidio o cantare un romantico Modugno in lingua spagnola. Incarna quell’uomo che nel ’91 si consegna alle autorità, ovviamente per finta, per iniziare una guerra criminale inaudita da oltre 6 mila morti e centinaia di scomparsi, alla testa di un esercito di 3 mila uomini, “los sicarios”.

Il film racconta tutto quello che precede questa carneficina, alla luce del rapporto tra Nick e Maria. Ovviamente, più si entra nel gorgo di questa macchina infernale, più scorrerà sangue. “Paradise lost” trova gli accenti giusti per raccontare questa discesa agli inferi, che a un certo punto si trasforma quasi in un horror.

Non ci racconta il seguito breve e sanguinario della vita di Escobar. Che nel ’93 muore ammazzato in uno scontro a fuoco. La guerra così finisce, il suo cartello va in frantumi. La sua tomba è oggi una meta turistica.