Taccuino al buio

21 Ottobre Ott 2014 1044 21 ottobre 2014

House of Fincher

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di Alberto Alfredo Tristano

(questo articolo è uscito su 'Libero' del 21 ottobre 2014)

Non sarà peregrino, dopo 'House of Cards' e 'Gone Girl', ritenere David Fincher il regista americano più decisivo del momento. La miscela adrenalinica che ha contraddistinto da subito il suo cinema ha via via affinato la propria composizione, caricandosi di sempre più raffinate suggestioni, e oggi l'uomo di Denver è davvero tra i grandi narratori della nostra contemporaneità, come pochi in grado di investigare la scena pubblica e la privata, facendo del suo racconto un ritratto sociale e insieme un'analisi intima dell'essere umano. Succede nella serie vista e incensata sulla politica, che racconta i meccanismi di del potere e come questi siano incubati in una psicologia personale (anzi, di coppia) particolarmente feroce; succede nel suo nuovo film, presentato al Festival di Roma, 'Gone Girl', dove il contratto sociale per eccellenza, il matrimonio, viene dissezionato e messo a nudo nelle sue evoluzioni privatissime e nella sua dinamica pubblica, anzi mediatica, fino al parossismo.

A ben vedere, 'House of Cards' e 'Gone girl' raccontano la stessa storia: quella di una coppia senza figli (ecco il vero problema, ch'è lo stesso poi dei cari, vecchi signori Macbeth...) in cui le apparenze nascondono un gioco di ruoli dove l'elemento forte è il femminile.

Nick la mattina del quinto anniversario di nozze scopre che la moglie Amy è scomparsa. Iniziano le indagini della polizia, cominciano i processi in tv per 'sapere la verità'. Si svelano così i fili di quella relazione, lui sembra essere colpevole. Man mano che s'entra nei dettagli, però, una nuova e assai diversa situazione viene fuori. Con sviluppi imprevedibili (o forse no, se si colgono i giusti segnali di partenza).

Il nucleo attorno a cui si sviluppa la vicenda è dunque il matrimonio, autentico personaggio ombra del film, come se fossimo in un dramma di Strindberg, che per criticare troppo l'istituzione arrivò a beccarsi un processo per blasfemia. Diciamo Strindberg anche per la strisciante misoginia che innerva il ritratto di quasi tutti i personaggi femminili, ad eccezione di uno, la sorella di Nick, che però fa caso a sé, sembrando quasi una proiezione dell'uomo più che una figura autonoma (non è un caso che i due siano gemelli).

Il racconto si produce attraverso un uso magnifico del tempo: situazioni in parallelo e sguardi sul passato si intersecano in un mosaico che fa capire come un gesto, una atteggiamento, un sentimento nella vita non si consumino nella loro durata effettiva ma producano cerchi che si allargano sul dopo, inesorabilmente. Quest'uso scandito del tempo crea un'impressionante tensione che non conosce soste lungo le due ore e mezza di durata. Merito del copione che Gillian Flynn ha tratto dal suo bestseller; merito dell'eccezionale lavoro sulla costruzione delle scene, che Fincher crea con la sua rodata squadra composta, tra gli altri, dal virtuoso della fotografia, Jeff Cronenweth, e lo scenografo Donald Graham Burt.

Che Fincher sia un grandissimo autore lo si capisce infine dalla qualità della recitazione. Nelle sue mani molti dei suoi attori hanno offerto l'interpretazione migliore della loro carriera. Qui Fincher fa un miracolo: riesce a far recitar ben perfino Ben Affleck, solitamente espressivo come un tronco. Aiuta molto la presenza al suo fianco di una sbalorditiva Rosamund Pike, nei panni di Amy, capace di recitare contemporaneamente due sentimenti diversi, tenere assieme gli opposti, essere bianca e nera allo stesso tempo: se non è magia questa, le assomiglia parecchio.