Taccuino al buio

3 Gennaio Gen 2015 1800 03 gennaio 2015

Buon anno, vecchio Clint

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Clint Eastwood.

E' di nuovo la storia americana il campo da gioco scelto dal vecchio grande Eastwood, che con senso di patriottismo cinematografico orgogliosamente lincolniano entra nel vivo dei disastri, delle contraddizioni del suo paese e delle biografie che lo incarnano, per cavarne il senso morale, la necessità dell'avventura.

Stavolta con 'American Sniper' racconta la storia del cecchino più micidiale della storia militare degli Stati Uniti, Chris Kyle, 160 colpi mortali centrati nell'ultima guerra in Iraq, negli anni Duemila. Lontano dal celebrare eroicamente questo tragico primato, che peraltro il tiratore scelto non si è mai appuntato sul petto, avendo altri tenuto il conto dei suoi caduti bersagli, Eastwood espone subito l'occhio che uccide (il suo personaggio) e l'occhio che osserva (lo spettatore) a una scena insostenibile: un bambino che sta portando addosso una granata per una missione suicida, il cui esito sarebbe la morte di soldati americani. Sparerà Kyle? Il quesito si spezza e corre indietro in un giorno del passato, all'infanzia texana, alla lezione del padre sugli uomini che sopraffanno gli altri come i lupi, su quelli che subiscono come le pecore, su quelli che difendono come i cani pastore. Kyle è un cane pastore, e la difesa è una missione totale, da proseguire a oltranza, senza interruzioni possibili.

Dentro questo abito morale si costruisce la perfezione del cecchino. 'American Sniper' diventa così assai più che riepilogo biografico di un soldato (interpretato da un possente Bradley Cooper), ma piuttosto parabola sul destino che gioca con l'uomo assegnandogli l'infallibilità degli dèi in tempo di guerra e la beffa più tragica in tempo di pace.

E a ben vedere il film s'impone anche come personalissima riflessione e narrazione di Eastwood su se stesso, laddove Kyle spara di fucile come l'Eastwood infallibile Biondo di Leone facendo fuoco con un occhio solo aperto e poi via via comincia a tirare tenendo aperti entrambi gli occhi, allargando lo sguardo da un punto al campo, evolvendo lui da attore e cioè parte della scena ad autore e cioè costruttore della scena tutta intera.

Che Eastwood sia oggi uno degli autori più grandi al mondo, un vero patriarca del cinema contemporaneo, 'American Sniper' lo dimostra con alcune scene così perfette che quasi non ci si accorge. La tempesta di sabbia che spazza via un combattimento dove il protagonista sta per essere inchiodato. L'uccisione del suo doppio sul fronte nemico, Mustafa, un altro cecchino micidiale, sodale del terribile al-Zarqawi: Kyle sa che si nasconde in un remoto angolo di tetto, protetto da tendaggi, con l'arma carica a un chilometro di distanza, lo sa perché glielo dice l'istinto e sa che quella è l'unica possibilità che gli è concessa per colpirlo, e allora con la mira presa a due occhi identifica quel punto scontornato dalla distanza enorme, e preme il grilletto, e il colpo parte, e il colpo uccide, come una sentenza senza appello, come un giudizio del cielo.

Ma forse la scena più straordinaria è proprio una delle apparentemente più ordinarie, quasi anonime. Kyle è tornato dalla guerra, ora assiste i reduci mutilati e disastrati a ritrovare un po' di serenità. E' mattina e Eastwood insiste, all'inizio sembrando melenso, sulle chiacchiere normalissime con i figli e la moglie, sono dettagli che paiono non trasmettere nulla, piccole tenerezza un po' stucchevoli. Ma poi, nel giro di pochi minuti, capiamo, capiamo tutto: quelli sono gli ultimi momenti con la sua famiglia. Un reduce disadattato con cui esce quella mattina ammazzerà Kyle, senza motivo. E' il febbraio del 2013. E' un finale potentissimo, che un autore muscolare risolve tutta in levare: perché la morte ti insegue sempre, si infila in ogni minimo dettaglio, devasta la vita facendo guerra ovunque.

'American Sniper' non sarà forse al pari dei capolavori 'Gran Torino' o 'Million Dollar Baby'. Ma è puro Eastwood. E, pertanto, un film grandissimo.

Buon anno, vecchio Clint.