Taccuino al buio

17 Febbraio Feb 2015 1938 17 febbraio 2015

APPUNTI DISORDINATI E PARTIGIANI SULLA BERLINALE 2015

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di Alberto Alfredo Tristano

Appena contati: sono 29 i film che ho visto a Berlino.

Condivido quanto dicono in molti: le visioni più interessanti le riservano le sezioni Panorama a Forum, dove passa l'avanguardia del nuovo cinema e dei nuovi autori.

Il livello delle opere è alto, rafforzato da una grande fiducia e centralità affidate all'oggetto cinema: emblematica la quantità di multisale di qualità che affollano Potsdamer Platz, cuore del festival, mentre in Italia le multisale le releghiamo nelle periferie con le sale dei centri cittadini sbranate dalla speculazione sotto forma di supermercati, spacci di mutande e commerci vari...

Ma stando alla Berlinale numero 65, raccolgo qui qualche appunto disordinato e partigiano.

VILNIUS MON AMOUR. Per iniziare, il film che più mi ha colpito: 'Sangaile' di Alanté Kavaité. E' una regista lituana ormai da tempo installata in Francia. Qui alle prese con una storia d'amore tra due ragazze diciassettenni, Sangaile e Auste, splendidamente raccontata con delicatezza, con uno stile pulito e sicuro, con belle soluzioni narrative, specie riguardo all'uso dello spazio tra terra e cielo: la campagna fuori Vilnius, segnata da laghi, spazi aperti e impianti industriali (la cui monumentalità un po' ricorda le trivelle di petrolio di 'A girl walks home alone at night', debutto di un'altra giovane regista, l'iran-americana Ana Lily Amirpour, uno dei film chiave del 2014) e le acrobazie degli aerei, molto più belle ed erotiche di quelle viste in contemporanea a Berlino nel trascurabilissimo 'Cinquanta sfumature di grigio'. Gioventù bruciata dall'estate e dalla incombente maturità, sogni per salutare l'adolescenza ed entrare nell'età adulta: una specie di Sofia Coppola senza un cognome vip da indossare e con più idee.

Sono rosa molte delle migliori sorprese della Berlinale. E' il caso di 'Zurich' della olandese Sacha Polak al suo secondo lungometraggio. Potente ritratto femminile interpretato da Wende Snijders: Zurich è dove ha perso la vita il suo compagno camionista. Il film ricostruisce la drammatica fase del lutto, vissuto sulla strada. Film interamente costruito su un personaggio sofferente ma niente affatto dimesso, anzi profondamente audace, indomito.

I MARINAI E LA PUTTANA. Moltissima attenzione ha avuto il documentario 'Erotica Exotica etc', a suo modo un on the road sulle tracce marine degli oceani solcati dai portacontainer con la loro umanità maschile che ha il contrappunto nel lungo racconto stanziale, intimo e sentimentale, di una vecchia prostituta innamorata e abbandonata dai suoi amanti. Lo firma la greco-francese Evangelia Kranioti che ha impiegato diversi anni per raccogliere in solitaria (è anche operatrice di macchina) tutto il materiale e le storie che formano il mosaico del documentario, che non ha una trama, ma forma un intreccio di suggestioni sul filo dei silenzi, delle rotte navali, dei ricordi, delle conversazioni via radio.

ASSO DI COPPE. Strapazza la trama, a un grado più elevato di raffinatezza formale, anche Malick con 'Knight of cups'. I critici procuratori di sbadigli hanno puntualmente intonato la nenia della mancanza di un filo, come lettori delusi abituati ai romanzi Harmony. Malick giustamente della trama se ne infischia, come ormai da tempo accade, perché il suo cinema lavora sul flusso interiore che muove i personaggi che sceglie di raccontare, con esiti su cui è lecito discutere ovviamente, ma il cui percorso è chiaro e coerente, al limite dell'autoparodia forse, ma con una sua logica, una ragione. Molti a lamentarsi su cosa voglia dire questo 'Knight of cups'. La figura è tratta dai tarocchi e basta fare un'anche veloce ricerchina sulle carte e le loro figure per capire di che parliamo: 'On the positive side, the Knight of Cups is a sensitive soul. He is a poet - a lover of all things romantic and refined. He uses his imagination in wondrous ways and taps the deepest levels of emotion. He knows how to create beauty and share it with others. On the negative side, this Knight is prone to flights of fancy and illusion. His melodramatic moods are legendary, and his emotions often get the better of him. He's too temperamental and takes offense easily. He can't stand unpleasantness and will always let others deal with it' (tratto da qui http://learntarot.com/ckn.htm).

La storia del film è esattamente questa: Rick lavora a Hollywood come scrittore, una Hollywood desolata e triste come era in 'The Canyons' di Paul Schrader, ha una grande sensibilità, sa come creare bellezza e condividerla, ma non sa indirizzare i suoi sentimenti, è instabile emotivamente, ha tutto ma sa di non avere niente; in una catena di donne e feste la cosa migliore che può fare è provare a perdersi nel deserto, dato che nelle altre figure con cui interagisce non trova alcuna risposta.

Le aspettative su Malick sono sempre elevatissime, il che determina la alta possibilità di delusione. Il film gira intorno ad alcune ossessioni espressive del regista (il sole che buca lo schermo, autentico personaggio dei suoi ultimi film, qui richiamato anche per essere carta dei tarocchi), già viste altrove e rispetto alle quali il maestro texano non trova il grande colpo d'ala. E tuttavia il film ci dà alcune delle immagini più belle della deragliata contemporaneità, nel consueto pudore del suo tratto, nell'eleganza dl gesto, che riesce ad essere così presente nel racconto dell'attualità pur nella totale assenza pubblica della sua figura. Al riguardo merita un premio alla comicità involontaria lo sconosciuto giornalista straniero che in conferenza stampa prende parola per 'una domanda al regista'. Che non ovviamente non era solo assente, ma continuava a essere il più assente regista del mondo.

PUCCINIANA. Il mondo è una sorpresa, inventa l'arte che già c'era. Per dire, uno immagina una storia d'amore con un'eroina tisica e il pensiero corre alla 'Boheme' spesso in ostaggio di un pubblico di rughe e parrucche. E invece la Boheme, gloria pucciniana opportunamente rivista, diventa il materiale su cui il regista britannico Mark Dornford-May, che già aveva fatto qualcosa di analogo con la 'Carmen' di Bizet vincendo nel 2005 l'Orso d'Oro, realizza 'Breathe Umphefumlo'. Mimì fa la fioraia, ha la pelle nera, sta in Sudafrica e tossisce sangue: la potenza della lirica non è che ogni dramma è un falso, ma è una realtà di amore e dolore, che continuamente si rinnova, da qualche parte, in qualche modo: laggiù di tisi si muore ancora.

ITALY COSÌ COSÌ. Forse dovremmo rispolverare meglio la nostra tradizione drammaturgica anche noi italiani, per non finire magari a portare due film troppo simili nella loro voglia di distinguersi, 'Vergine giurata' di Laura Bispuri e 'Cloro' di Lamberto Sanfelice, esordi onesti e puliti, per carità, ma fatti un po' a tavolino: nuoto sincronizzato, slavi sulle nevi, realismo più mini che minimal... Comunque meglio 'Cloro', con la brava Sara Serraiocco già ammirata in 'Salvo', che la 'Vergine' con l'Alba(nese) Rohrwacher che non si capisce perché sia stata chiamata a fare appunto l'albanese in un film che vorrebbe essere naturalistico-etnologico.

REGISTI E REGISTI. Che con '8 ½' il grande, inconsapevole, incolpevole Fellini abbia fatto più danni dell'eroina è conclamato e ulteriormente dimostrato da 'Eisenstein in Guanajuato' di Peter Greenaway. Registi che parlano di registi, allarme rosso, quasi sempre è un buco nell'acqua. L'inglese, un genialoide che riesce mai a essere davvero geniale, ricostruisce un soggiorno del maestro russo della 'Corazzata Potemkin' (cagata no, pazzesca sì) in Messico per un film mai da lui finito. La storia dell'uomo è un affare talmente balordo che se proprio in Messico Trotsky è ucciso dallo zio di Christian De Sica (no, non è Lercio), ci può stare che Greenaway ci mostri il grandissimo Sergej nudo con una bandierina infilata dove non batte il sole dopo una siesta sodomitica. Ma il film rimane sulla superficie dell'esibizione di sapienza nella messinscena, senza entrare nei misteri del genio che inventa il mondo con le immagini in movimento, che disseppellisce il senso della sua vita d'artista dai meandri della sua creatività. In ogni caso, un film divertente, brioso.

BERGOGLIO E PREGIUDIZIO. Stando al concorso, forse il punto più alto è stato toccato da Pablo Larraín con 'El Club' che si è portato a casa il gran premio della giuria laddove meritava invece l'Orso d'Oro andato invece a 'Taxi' del pur ottimo iraniano Jafar Panahi. A voler riassumere in una log-line 'El Club', potremmo dire: 'Un gesuita sudamericano è chiamato a ripulire una comunità ecclesiastica dagli interessi e dalla cattiva coscienza'. In pratica, saltando direttamente alle conclusioni, è il primo grande film sul bergoglismo. In una tensione continua, senza un attimo di tregua, con la giusta durezza nell'affrontare personaggi legati dalla fede ormai ridotta a simulacro in un sodalizio (un club, quasi un clan) troppo mondano e assai poco spirituale, Larraín si interroga sulla necessità di perseguire il bene o un'idea di bene, e di giustizia, ad ogni costo, 'todo modo', nella canonica prospettiva politica del suo cinema, dove il cinema è appunto mezzo per provare a intervenire sul mondo, battendo continuamente colpo, il che spiega il suo iperattivismo produttivo che è anche testimonianza, stabilitosi su livelli di qualità elevatissimi.

CHE KOZA. Non meno che memorabile è anche 'Koza', film su un pugile suonato slovacco, in cui documentario e finzione si scambiano continuamente le parti in commedia. Firmato da Ivan Ostrochovsky, dimostra come la boxe sia di gran lunga lo sport più cinematografico di tutti. Koza deve guadagnare, deve combattere, e il suo conflitto è anche morale, perché i soldi servono ad impedire che la sua donna abortisca, deve darle stabilità, deve mantenere una famiglia. Così si imbarca in una serie di incontri che lo vedono però puntualmente sconfitto, accompagnato da un manager beckettiano, che un po' lo sfrutta e un po' lo aiuta. Fa degli allenamenti durissimi, prende botte e finisce quasi all'altro mondo, ma dal ring non c'è uscita, la vita se c'è sta solo là sopra, in giro per l'Europa minore, a prendere pugni e a darne. Jack London è vivo e lotta insieme a noi.

Film apparentemente sportivo è 'Harte' della tedesca Rosa von Praunheim: in realtà è la storia di un karateca fattosi magnaccia, che sconta con la misoginia e la violenza i traumi sessuali infantili. Ne uscirà grazie al carcere. Non abbiamo capito perché aprire gli inserti documentari sull'oggi del personaggio, troppo scolasticamente narrati, anche sei lui è comunque spettacolare: quando la storia sta sul passato, in un bel bianco e nero, sembra di assistere al miglior Scorsese pur con meno mezzi. Facce giuste e giusta violenza: con una sceneggiatura migliore, cioè più coraggiosa, sarebbe stato un capolavoro.

ANDRODI E CENERENTOLA. E poi, cosa rimane, al di sotto degli occhi, come immagini-ricordi di questa Berlinale? Rimane il bambino che tira sassi alla luna in 'La nuit e l'enfant' (non un gran film però), l'incendio che apre 'La maldad' del messicano Joshua Gil, la diffusa grazia mozartiana di 'Cinderella' di Kenneth Branagh che poteva essere la peggio boiata delle boiate del peggio boia, e invece no, rimane la presenza carismatica di una giovane attrice svizzera, Julia Perazzini, nel bel documentario sul teatro (che bello il cinema sul teatro...) 'Je suis Annemarie Schwarzenbach', alla quale un futuro da diva potrebbe arridere.

E ancora la sempre monumentale Barbara Sukowa in 'The Misplaced World' di Margarethe Von Trotta, l'horror raggelato sulla maternità 'H.' di Rania Attieh e Daniel Garcia, e la strana, non riuscita, sballata, stimabilissima operazione dello spagnolo Ion de Sosa che con sprezzo del pericolo dà una sua versione del capolavoro di Philip K. Dick 'Do Androids Dream of Electic Sheep?' da cui è stato tratto niente meno che 'Blade Runner'. Nel poverissimo 'Androids Dream' siamo nel 2052 sulla Terra che ha le forme della città di Benidorm ripresa col vintage 16 millimetri, innescando così un cortocircuito di epoche: Benidorm è una specie di Rimini valcenciana, ma allucinante come Rimini non è, con grattacieli spericolati e orrendi, cemento in trionfo, mostruosità urbanistiche con pochi pari: il presente è solo un incubo del futuro, dove nei ruoli rovesciati che ci siamo assegnati in una malintesissima modernità siamo gli androidi a cui dare la caccia e sparare...