Taccuino al buio

4 Maggio Mag 2015 2022 04 maggio 2015

Le streghe non se ne sono mai andate

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di Alberto Alfredo Tristano

Le streghe son tornate, anzi non se ne sono mai andate. Uno dei motivi universali del folklore e della cultura popolare si ripropone oggi in forme diverse al cinema. Su tutti, il film di Alex de la Iglesia, 'Le streghe son tornate'. Ma qui di più ci interessa il tentativo stregonesco italiano, 'Janara', piccola produzione meridionale diretta dal regista napoletano Roberto Bontà Polito.

Se il basco de la Iglesia conduce i suoi personaggi a Zugarramurdi, luogo magico dove l'Inquisizione fece davvero bruciare le eretiche streghe, nel film italiano l'ambientazione è invece sannita: Benevento, si sa, è la città delle streghe (il commercio ha usato la leggenda sul fronte liquoroso per il celebre e giallo Strega, con le sue propaggini letterarie nel salotto buono ed estivo del premio più famoso d'Italia). In particolare siamo a San Lupo, questa Salem di noialtri, dove le streghe si chiamano 'janare' e ce n'è una che minaccia i bambini del paese e la giovane coppia, in dolce attesa, che qui capita in trasferta da Roma per questioni familiari mal gradite.

Il film ha avuto una circolazione in qualche sala della Campania, è approdato anche a Roma, forse troverà qualche occasione anche altrove: glielo auguriamo, è una produzione a suo modo coraggiosa perché rilancia il film di genere che tante soddisfazioni, anche commerciali, ha dato in passato al nostro cinema. Vagamente, per l'ambientazione meridionale e il motivo infantile della vittima, potremmo citare 'Non si sevizia un paperino' di Lucio Fulci (fondamentali, per l'horror meridionale, restano 'Il demonio' materano di Brunello Rondi, quasi contemporaneo del Cristo materano di Pasolini, e 'Arcana' di Giulio Questi, pur ambientato in gran parte nella Milano dell'emigrazione, da cui la Rohrwacher ha preso l'unica vera intuizione visiva delle 'Meraviglie': le api dalla bocca).

Non siamo a quei livelli, in 'Janara': il soggetto è assai meglio della sceneggiatura, il cast è diseguale, per fortuna ci sono lampi di sano terrore nella messinscena. Forse però la vera assenza non è tanto nella parte tecnica (in una piccola produzione si perdona tutto o quasi: anche solo per simpatia) ma nelle scarse ambizioni. Detto altrimenti, la buona idea di usare la cultura popolare non trova lo sbocco adeguato nel conflitto che si apre tra la credenza e la modernità (in questa lotta si muove il meglio - si pensi anche all'anticolonialista 'Zombi 2' - del cinema di Fulci, con Bava di certo il più valido di quel gruppo di autori italiani di genere che mischia pochi talentacci a molti registacci, troppo generosamente ridestati dal viagra tarantinesco piuttosto strumentale).

Il genere andrebbe insomma utilizzato, e con assai più grande determinazione di quanto si faccia nel grigiume nostrano, per azionare una leva dissonante e originale, un'aggressione espressiva al conformismo, nel sommovimento di idee, nei conflitti politici, nelle contraddizioni che la contemporaneità ci propone: anche per ragioni di progresso culturale della nostra cinematografia, soffocata da ambizioni autoriali spesso desolatamente sbagliate.

'Janara' poteva provare a essere qualcosa di più. E purtroppo, per restare al racconto di un Sud degli Appennini, meno noto, tutto da scoprire, questo è un vizio che si ritrova in alcune prove narrative recenti, questa volta sul campo della letteratura: penso all'Irpinia feltrinelliana sia di Vinicio Capossela che con 'Il paese dei coppoloni' parla del paese dei padri, tentando la carta dello Strega (ancora lui/lei), che di Enrico Iannello con 'La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin'. Ma davvero questo Sud magico e fantasioso è così fuori del tempo, o piuttosto non vive, subendo più che altri posti e come tanti altri Sud, una modernità diseguale e squilibrata che rischia di apparire cattiva, innescando malati impulsi di reazione in luogo dello slancio progressista?

Restando su questo Sud fuori rotta, attraverso la lente del cinema che riscopre i fantasmi meridiani (per dire meridionali), attendiamo di vedere il già pronto 'Montedoro', passato all'ultimo Atlanta Film Festival, a firma di Antonello Faretta, che il suo spettro - familiare - se l'è andato a cercare nella terra del rimorso, la Lucania dell'abbandonato paese di Craco (a proposito: non avrà una sua chiave di lettura magica anche 'Anime nere' - anime, non corpi - con la sua svuotata Africo 'ndranghetista?), nonché 'Sicilian Ghost Story' di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, autori dell'eccellente 'Salvo'. E, naturalmente, 'Il racconto dei racconti' di Matteo Garrone in vena favolistica, sulla cui origine appenninica secentesca scriveremo qualcosa.