Taccuino al buio

17 Maggio Mag 2015 1735 17 maggio 2015

Il Garrone dei Garroni

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di Alberto Alfredo Tristano

Non poteva che arrivare al Cunto di Giambattista Basile il percorso cominciato anni fa da Garrone sulle tracce delle muse napolitane. Perché Garrone è autore ormai acquisito alla cultura partenopea - quella universale dei Gemito, dei Di Giacomo, degli Eduardo, dei Rosi, per intenderci - cui è giunto da straniero, conducendovi esplorazioni nell'immaginario visivo, spaziale, espressivo, laddove esso sia più vivo e palpitante e non imbalsamato e codificato dai consunti riti della conservazione. Se cerca il mare non lo trova banalmente volgendo al golfo ma davanti al Villaggio Coppola di Castel Volturno, se cerca la camorra non la trova a Forcella o nei vicoli di guapparìa ma nell'incubo urbanistico modernista di Scampia, se cerca la musica la insegue tra i neomelodici e non tra i posteggiatori, se cerca il Barocco lo trova non nelle nostalgie di Napoli capitale ma nelle fiabe intemporali di Basile. Come Basile, anche Garrone ispeziona i margini, ricava l'ispirazione dove il centro nemmeno guarda essendo troppo impegnato a far la guardia alle posizioni, a proteggere le teche delle mummie.

John C. Reilly e Salma Hayek ne Il racconto dei racconti.

Lo cunto de li cunti, il racconto dei racconti, vien fuori dalla intuizione di un delegato del potere, di un amministratore del potere, nella periferia dell'impero: Basile che nasce a Giugliano, che fa il mercenario e il cortigiano al Nord Italia, che studia finemente la letteratura, cooptato dalle famiglie nobili del regno per amministrarne i feudi, proprio in quei feudi, i più perduti e lontani di un immenso contado assoggettato, incrocia la novellistica tardo-medievale, la mitologia, le lettere dialettali con la cultura orale, cura e assembla il materiale e lo scrive nella lingua ostica e aspra e sporca del popolo, componendo così uno dei libri più influenti del Seicento italiano sulla cultura europea, per quanto questo sia stato molto trascurato, ispirando l'immaginario letterario delle fiabe eternate dai nordici Grimm (suoi traduttori), da Perrault.

Garrone ha ottenuto il suo maggior successo grazie alla trasposizione cinematografica di Gomorra (2008).

Un pescivendolo di Sant'Antonio Abate che si crede spiato da Grande Fratello o un nano omosessuale tassidermista del litorale domizio incarnano l'evoluzione dei mostri psichici e corporali che la fantasia di Basile pone tra i casali di Napoli, Piscinola, Miano, Giugliano, oggi accorpati nella stessa infinita macchia cementizia metropolitana, e sono personaggi perfetti di un moderno cunto, desunti dall'ascolto non mediato, diretto, viscerale del corpo del popolo, esattamente come Basile raccoglieva, perfezionava le storie tramandate da provincia a provincia lungo gli incroci e i tempi della pastorizia e della stanzialità agraria, storie in cui la quotidianità materiale ed emotiva è trasfigurata in fiaba e 'trattenemiento de peccerille' (il sottotitolo ironicamente falsificatorio del Cunto, essendo questo per niente destinato all'infanzia pieno com'è di adulta scurrilità e visceralità), e che lui apprese governando Montemarano, Zungoli, Acerenza, ducati perduti sull'Appennino meridionale irpino-lucano. Che lo cunto nasca anche da quel preciso patrimonio orale, veicolato dalla transumanza e dunque in continuo ricircolo ed evoluzione, lo sostiene Roberto De Simone, autorevolissimo esponente della contemporanea cultura napoletana, e geniale riscrittore del Basile, come pochi altri prima e come Garrone dopo.

Lo cunto non ha avuto solo lettori infatti, ma anche traduttori, reinventori, riciclatori, riscrittori. Si è detto dei nordici scrittori di favole. Benedetto Croce (che nella sua stessa biografia esperisce la fondamentale dinamica città-contado, tra l'Abruzzo natale e la Napoli dove va a vivere e lavorare) traduce in italiano quel quasi inaccessibile pentamerone del Seicento e lo impone come un capitolo fondamentale della letteratura italiana. Con analoga vastità di mezzi umanistici, è poi Pasolini a rilanciare cinematograficamente Basile sotto le spoglie del Decameron da Boccaccio: tant'è che il film è tutto a Napoli - altro che Toscana - e si parla un fantastico napoletano corporale e si usano in colonna sonora popolari pezzi della tradizione locale (la pampanella, la zeza, la tarantella montemaranese) propria dei luoghi in cui Basile lavorò e scrisse Lo cunto, scovati dal grande musicologo statunitense Alan Lomax che Pasolini pensò bene di nemmeno accreditare... Che l'aspetto musicale e performativo (la sorella di Giambattista, Adriana, fu una delle più celebri cantanti dell'epoca, una virtuosa) sia centrale nel Cunto viene fuori anche dalla eccezionale operazione che un musicista e uomo di teatro come De Simone compie sul testo, traendovi la base per il suo capolavoro La gatta Cenerentola, a cui ha aggiunto un ulteriore lavoro sul Cunto, come la bella traduzione-reinvenzione dei racconti per Einaudi, e la ricerca in solitaria delle novantanove notturne Fiabe campane in puro spirito basiliano, sempre per la casa torinese.

Obbligatorio ricordare, ancora nel cinema, quel C'era un volta di Francesco Rosi, con una infuocata Sophia Loren popolanissima in una Murgia basiliana che Garrone ripropone col riferimento centralissimo di Castel del Monte: ma Rosi, essendo stato il massimo regista meridionalista, è da sempre un modello necessario e quasi scontato per Garrone, più di quanto un'apparente differenza di stile possa far pensare.

E' su questa linea di riscrittori che Garrone rilancia Lo cunto nella chiave della fiaba contemporanea internazionale, avendo l'intelligenza di non presentarla come un'uscita originale, ma di perfetta attualità: non sfuggirà la bella recente 'Cenerentola' di Branagh, più operistica nella sua forma.

Una scena del primo film diretto in lingua inglese diretto da Matteo Garrone, Il racconto dei racconti.

Garrone, riscrittore traduttore, traspone così la letteratura nel cinema (come Pasolini, come Rosi: ma differenziandosi profondamente da loro), poi cambia la lingua (come Grimm, più che come Croce) girando in inglese, infine scava un percorso preciso nel corpus basiliano: si occupa di tre figure femminili. Tre facce di un solo corpo. La ragazza, la donna, la vecchia. Le tre, diversamente prigioniere, indirizzano la propria vita all'inseguimento desiderante di tre tempi alternativi: la ragazza sogna un altro presente (un matrimonio felice), la donna un altro futuro (un figlio, lei che è sterile), la vecchia un altro passato (una nuova giovinezza di bellezza in cui essere regina). La loro corsa verso il sogno è vissuta con ossessione quasi patologica, nella tipica psicologia dei personaggi garroniani: la bellezza fisica, il potere, la maternità a tutti i costi sono pulsioni intemporali e quindi di ogni tempo, quello di una fiaba e quello del presente. Sono ossessioni talmente forti che per raccontarle appieno Garrone utilizza spesso il raddoppio: il figlio della regina sterile ha un gemello, nato da un'altra donna sotto l'influsso del medesimo drago acquatico, quest'orrore placentare, quel drago che muore esattamente come il re che lo uccide: con un colpo mortale al ventre, che nelle donne è dove cresce la vita; la vecchia che diventa giovane grazie al latte di una strega ha una sorella ugualmente vecchia, che potrebbe esserle gemella; la giovane principessa deve dividere l'affetto del padre re con una pulce, che ne determinerà - come un nemico inconscio - il destino pur provvisorio di infelicità e reclusione...

Salma Hayek, attrice messicana nata il 2 settembre 1966, in una scena del film Il racconto dei racconti.

Sono molte le suggestioni disseminate lungo le storie, e forse un maggiore raccordo, una cornice più decisa avrebbe giovato al film rendendolo più uniforme, più compatto, tanto che sul finale il copione riunisce tutti i personaggi nel cortile del Castello con una scelta forse obbligata ma non fluida, non abbastanza preparata (il dilemma di come chiudere). E dunque? E dunque resta in compenso una potente esibizione difficilmente eguagliabile di uso dell'immagine: e non per gioco formale, ma per necessità di forma. Garrone sfida il senso dello spettacolo in un genere scivoloso come il fantasy non inseguendo il gusto più corrivo ma immergendo la storia nella più autentica bellezza del creato e del costruito; citando senza sfoggio i Capricci di Goya e i rossi di Tiziano e le languidità di Rossetti; calibrando la visione nella più vasta gamma dall'accecante luce di certi cieli all'incerto sbiadito quadro della memorabile battaglia sott'acqua del re col drago: dove si vede benissimo male; lavorando magnificamente sulle proporzioni dei corpi nell'ambiente e sull'anima del paesaggio - solo Michelangelo Frammartino possiede su questo altrettanto sguardo, in Italia - come nelle scene tra le siciliane gole di Alcantara o i maremmani cavoni etruschi (già in Gomorra aveva elaborato magnificamente questa estetica del paesaggio su luoghi belli non perché formalmente belli ma belli per come lui sa restituirli). Immagini che offrono il piacere fisico di essere viste, e poi riviste.

Il film è l'adattamento cinematografico della raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Insomma con Il racconto dei racconti siamo al Garrone dei Garroni, al 'maraviglioso Basile' (con Basile gli riesce quello che ai Taviani non è nemmeno lontanamente riuscito con Boccaccio). Non la sua migliore opera, ché sconta qualche già detta pecca drammaturgica, ma l'opera che porta al più alto grado il livello di ambizione del suo autore, e che potrebbe definitivamente affermarlo come super autore internazionale, auspicabile premio per quello che già lui è: il miglior cineasta italiano di oggi.