Taccuino al buio

17 Agosto Ago 2015 1926 17 agosto 2015

"Bella e perduta", un western meridionale

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di Alberto Alfredo Tristano

Che bello, sta tornando il western. Mentre pregustiamo con i trailer i venturi 'The hateful eight' di Tarantino e 'The revenant' di Iñárritu, nell'ultima Locarno, edizione 68, che ha celebrato in retrospettiva Sam Peckinpah il minimo che potesse capire era incrociare un grande film western. Western molto sui generis, perfino al di là delle intenzioni dell'autore. Ma western a tutti gli effetti: un western meridionale contemporaneo. Crepuscolare ed ecologista. “Balla coi bufali” sarebbe perfetto.

Parliamo di “Bella e perduta” del casertano Pietro Marcello, celebrato regista di “La bocca del lupo”. Titolo verdiano, echi di Donizetti, tra D'Annunzio e Ortese, avendo ben chiara la lezione figurativa di pittori napoletani alla Morelli e il recentissimo cinema naturale di Frammartino. “Bella e perduta” è un grande film complesso e semplice. Si svolge in quella Terra di Lavoro diventata tristemente Terra dei Fuochi o savianamente Gomorra (con Marcello in sceneggiatura anche Maurizio Braucci, nella squadra di scrittura del “Gomorra” di Garrone, oltre che di 'Anime nere' e molto altro).

Del western il film ha tutte le caratteristiche: l'eroe buono, i bufali, la violenza, una Fort Apache da difendere, il viaggio verso la frontiera. E' tuttavia un western fuori dell'immaginario americano, a favore dell'autoctono: di scena è infatti Pulcinella. Scelta rischiosa, pericolo di retorica dietro ogni angolo. Ma intendiamoci: nessun lazzo, questo Pulcinella è una maschera di morte, il volto della sconfitta. Dopotutto già cinquant'anni fa Eduardo nel “Figlio di Pulcinella” ne aveva fatto il tragico ultimo esemplare dell'asservimento, che moriva - deposta la maschera - nella speranza che presto tempi nuovi e migliori arrivassero. Non sono arrivati.

Il Sud è ancora un'emergenza, e qui in Terra dei Fuochi siamo nell'emergenza dell'emergenza: camorra di Gomorra, bombe ecologiche, abbandono. Una guerra. Cioè il contesto ideale per la nascita di un eroe: perché è un eroe civile a tutti gli effetti Tommaso Cestrone. Non un'invenzione, Tommaso, ma una figura vera. Era un pastore. Raccoglieva i bufali abbandonati nei fossi: non servono nella filiera alimentare, c'è l'inseminazione artificiale, e loro non fanno latte né figli. Morti son meglio che vivi: almeno non tocca mantenerli. Tommaso invece li vuol fare vivere. E li raccoglie nel parco davanti alla Reggia di Carditello. Una magnifica residenza borbonica, abbandonata e depredata. Tommaso fa il guardiano volontario della villa, la protegge, anche se Gomorra gli dà fuoco ai caravan e lo prende a bersaglio. Tommaso resiste, resiste così tanto che finalmente lo Stato si accorge di lui, e su iniziativa del ministro della Cultura, Massimo Bray, decide finalmente di acquistare il bene e farlo rivivere (nel frattempo Bray si becca minacce di morte ogni volta che ritorna a Carditello).

Ma Tommaso non si gode la vittoria sulla camorra: muore d'infarto la notte di Natale 2013, il giorno prima della cerimonia di acquisto. Restano i bufali. Che ne sarà di loro, del giovane Sarchiapone, il più piccolo e “inutile” di tutti, il piccolo bufalo che come nelle favole ha un'eduardiana “voce di dentro” (quella di Elio Germano)? Qui arriva Pulcinella (Sergio Vitolo, professione: fabbro), che ha il cencio bianco delle salme e la maschera usata per coprire i volti ossuti dei morti. Sarchiapone dovrà essere condotto a chi saprà farlo vivere. Pulcinella, richiamato al mondo, lo porta via dalla Terra dei Fuochi.

L'animale e l'anima, due espulsi della Storia, esplorano una nuova geografia. Alla ricerca della libertà: foss'anche quella, per lo spettro in bianco infarinato dal Tempo, di buttare via la maschera e farsi cowboy del presente, partecipare al mondo. Ballare coi bufali.