Taccuino al buio

24 Novembre Nov 2015 1038 24 novembre 2015

L'incanto del Solengo

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di Alberto Alfredo Tristano

'Come tutti quelli che si chiaman Mario, era un po' matto'. Ma chi è Mario? Mario è un uomo dei boschi, isolato come il solengo dei cinghiali, il maschio messo fuori dal gruppo, vive ai margini del paese, se lo saluti non ti risponde e se lo fa ti risponde male. Ma quando è nato Mario, la mamma Marcella era una fattucchiera, perché viveva così, e che fine ha fatto, Mario?

'Il solengo' di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, film vincitore del Doc Lisboa 2015 e presentato al Torino Film Festival, è uno strepitoso documentario che nelle forme di un piccolo giallo di paese costruisce una riflessione sulla narrazione, su come si flette si rompe e si adegua, su come costruisce l'identità di un luogo e qui nello specifico nella sua forma orale, sul modo in cui rompe il velo su un abisso calmo e insieme oscuro che è la civiltà contadina. Senza inutili pasolinismi ma con una partecipazione sincera e insieme controllata rispetto ai personaggi e agli ambienti, 'Il solengo' parte da un nucleo minimo (un uomo misterioso nella campagna laziale) e diventa un saggio sull'immensa provincia italiana, che è poi la vera Italia, nella sua miscela di egoismo e solidarietà, di abbandono e slancio, di pazzia e avvedutezza, di violenza e bellezza.

Splendidamente ambientato e fotografato nella Tuscia, un'area che fornisce set di idillio e incantamento anche ad almeno altri due notevolissimi film italiani recenti come 'Bella e perduta' e 'Arianna', 'Il solengo' dispone tessere separate e omogenee di narrazione su quest'uomo che tutti hanno conosciuto ma nessuno bene fino in fondo, e nel farlo restituisce la personalità non solo del narrato ma anche dei narranti. In mezzo a boschi che sembrano mitologie, tra forme resistenti di altre epoche passate o forse di future, 'Il solengo' dimostra che non esistono storie insignificanti, che non esiste una storia che non possa o forse debba essere raccontata, ma anche che non esiste una storia che non abbia un suo segreto irrivelato, una zona d'ombra che nessuna luce potrà mai illuminare, come indica l'enigmatico e splendido finale.

Opera di vaccinazione contro poetastri, subpasoliniani, commediolanti e raccoglitori di briciole che rumoreggiano nel nostro cinema.