Taccuino al buio

30 Novembre Nov 2015 2031 30 novembre 2015

Dal noir a Sherazade, cosa ricordare del TFF

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di Alberto Alfredo Tristano

Pur imbottendo i giorni di film, alla fine di ogni festival si fa i conti tanto col piacere dei pieni, delle scoperte fatte, quanto con la sottile frustrazione dei vuoti, dei film persi. Di questi, non resta che confidare in qualche recupero, e in genere si tratta di avventure fortunose, casuali, spesso sorprendenti; delle cose migliori colte al Torino Film Festival offro invece di seguito qualche proposta di lettura.

GRAND NOIR. Non mi dilungo, avendo già scritto qui, su 'La résistance de l'air' di Fred Grivois. Semplicemente dico che è il miglior film, tra i nuovi da me visti a Torino. Un noir innovativo, giovane (è un debutto) e già con la forza del classico.

GIOVENTU' MESSICANA. Del concorso principale la miglior pellicola mi è sembrata 'Sopladora de hojas', una deliziosa commedia messicana centrata felliniamente su un trio di amici perdigiorno. Li si racconta nell'arco di una giornata: l'avventura comincia con la perdita di un mazzo di chiavi, procede con gli strampalati tentativi di ritrovarle, e incrocia le vicissitudini sentimentali e personali, non escluso un funerale. Girato a bassissimo costo ma con un ottimo investimento sulla scrittura e la recitazione, 'Sopladora' sfugge alle tentazioni giovanilistiche ed esplora in modo convincente le inquietudini e le felicità che appartengono all'età delle prime grandi scelte. Bello.

DUE TRILOGIE. Di trilogie ne ho viste due: una da un'ora e mezza e una da sei. La prima è 'Hong Kong Trilogy: Preschooled Preoccupied Preposterous' di Chris Doyle, uno dei maghi della luce del cinema contemporaneo, alla cui arte deve molto della sua meritata fama un autore celebratissimo come Wong Kar-wai. L'altra trilogia è invece uno degli eventi cinefili festivalieri globali dell'anno, 'As mil e uma noites: Inquieto Desolado Encantado' del portoghese Miguel Gomes. Due trilogie politiche, che si svolgono in contemporanea, a cavallo tra il 2013 e il 2014: l'una che compone un quadro intergenerazionale dell'ex colonia britannica (luogo d'elezione del cineasta australiano) raccontata nel pieno delle proteste anti-cinesi della 'rivoluzione degli ombrelli'; l'altra che racconta il Portogallo della crisi economica, utilizzando una formula episodica liberamente tratta da 'Le mille e una notte'. Entrambe adottano un approccio 'leggero', stralunato nel primo caso e favolistico nel secondo, per illuminare le difficoltà dei rispettivi palcoscenici. Doyle trova una misura che può apparire meno ambiziosa nella prospettiva autoriale ma conferisce un miglior equilibrio alla materia. Gomes ha ovviamente i favori cinefili, abbonda in numerose intuizioni anche stilistiche, ma le invenzioni non sempre seguono la iniziale trovata, forse anche per l'oggettiva difficoltà di mantenere uniformità nell'arco di una lunghezza tale. Le ridondanze e certe ripetizioni ideologiche non gli giovano; piuttosto, trova il colpo d'ala quando sa scoprire tutta l'effervescenza leggera che la sua personale Sherazade offre: non è un caso che i momenti migliori siano quelli intessuti con le splendide canzoni selezionate e illuminati da un gruppo di bellissime donne.

CINA MARZIALE. Di una grazia e bellezza incatenanti è l'eroina combattente di 'The assassin' di Hou Hsiao-Hsien, miglior regista all'ultima Cannes. Un film di arti marziali nel XII secolo cinese, ma soprattutto una magnifica lezione di stile di un maestro del cinema orientale nel racconto di una figura femminile sospesa tra imperio della violenza e ragioni del cuore. Tuttavia, sul genere, continuo a preferire 'The Grandmaster' di Wong Kar-wai.

UNO SGUARDO SULL'ITALIA. Tre le migliori opere del festival c'è senza dubbio il documentario 'Il Solengo' di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi, su cui ho scritto qui. Il concorso principale aveva ben quattro titoli nostrani, io ne ho visti due: 'La felicità è un sistema complesso' di Gianni Zanasi e 'Lo scambio' di Salvo Cuccia. Il primo mi sembra che sconti la totale scombinatezza della premessa: il protagonista è un tipo che convince figli bambocci di imprenditori caduti in disgrazia a vendere le aziende. Il che ne fa semmai un benefattore per questi autentici sfessati, non il cinico sfruttatore che in teoria dovrebbe essere. Infatti a un certo punto dice che in Italia è l'unico a fare quel mestiere: in effetti Babbo Natale non esiste... Poi compare la morale anti-capitalistica, nel rapporto con due figli di papà di rara antipatia (il che non è un male in sé: il problema è che si dovrebbe simpatizzare con loro), fino a un delirante finale in cui lo squasso dell'economia viene risolto con una bella gita sui pattini. Forse qualche approfondimento nel vivo della società italiana avrebbe giovato a questo film; forse anzi, a proposito di industria, bisognerebbe iniziare a raccontare la gloria della nostra manifattura, magari senza blablabla confusamente altermondisti. 'Lo scambio' è invece assai più interessante, purtroppo nelle successive fasi dal soggetto (ottimo) alla sceneggiatura (così così) alla messinscena (molto diseguale) perde parecchie delle sue potenzialità. E' un film di mafia con un bellissimo (s)cambio di parti a metà film che sorprende e che però non è adeguatamente retto nel copione cui partecipa tra gli altri anche Alfonso Sabella, magistrato antimafia ed ex assessore alla legalità con Ignazio Marino al Comune di Roma. Le apparenze ingannano: idea vecchia ma ben utilizzata, infine sciupata. Peccato.

PSYCO-SATAN. Della ricca messe di film horror, il più riuscito è parso 'February', che ha in più anche la suggestione nominale del suo autore, Osgood Perkins, figlio dell'hitchcockiano Anthony di 'Psyco'. Siamo in un college femminile, tempo di vacanze invernali, ma non per due allieve, costrette a restare lì e a fare i conti nientemeno che col Maligno. Privo di effettacci ma con una bella cura stilistica, 'February' naviga su territori cinematografici ultraconosciuti ma con corrette dosi di ambizione.

IL CAPRO ESPIATORIO. Il cinema greco contemporaneo ci ha abituato da tempo a storie di rara durezza, e anche 'Symptoma' di Angelos Frantzis è una mazzata meritevole di nota. Con un'astratta ambientazione in una gelida isola battuta dal vento, recupera l'archetipo classico del capro espiatorio, figura seminale della tragedia greca, e lo rende personaggio: infatti vediamo in giro uomini con una grigia maschera a due corna, dediti a comportamenti persecutori. Nel procedere della storia, capiamo che questi sono figurazioni del complesso di colpa che in differenti forme imprigiona i personaggi 'realistici' della vicenda, in particolare una donna. Saggio filmico sulla violenza, estremamente controllata nella glaciale messinscena, con un bell'uso del mito - siamo pur sempre in Grecia - e degli spazi, sia in interni che soprattutto in esterni.

GERUSALEMME, EROS E THANATOS. Il programma del festival ha giustamente dedicato una finestra a un fiore all'occhiello della manifestazione, ossia il FilmLab dedicato allo sviluppo di progetti internazionali. Sono state presentate alcune delle pellicole incubate nella bottega, che attraversano il pianeta a ogni latitudine. Molto riusciti sono in particolare due film israeliani, che affrontano da diversi punti di vista (anche di genere: un regista che parla di un uomo e una regista che parla di una donna) il tema religioso dell'ortodossia e il suo conflitto con la forza dirompente della sessualità. Sono 'Tikkun' di Avishai Sivan, già vincitore del festival di Gerusalemme e del Pardo d'argento a Locarno, e 'Mountain' di Yaelle Kayam, presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra di Venezia. Nel primo un giovane studioso della Torah viene miracolosamente riportato in vita dal padre dopo un incidente: ma è il volere di Dio, quello? Nel secondo, la moglie di un rabbino, madre di tre figli, vive con la famiglia a Gerusalemme in una casa dentro al cimitero del Monte degli Ulivi, che la notte diventa luogo di appuntamenti per prostitute e rispettivi protettori. La donna è attirata da quel mondo totalmente opposto alla sua condotta, stabilisce una strana vicinanza, ma quella trasgressione emotiva non sfuggirà all'interiore senso di colpa e di punizione. Si tratta di due opere che manifestano la grande creatività cinematografica di Israele e la capacità di affrontare - cosa per esempio del tutto assente nella nostra produzione, forse specchio di una società parecchio più molle - grandi temi e grandi ambizioni con piena libertà espressiva, rischiando - e fermandosi prima dell'inutile scandalismo - sulla linea dell'iconoclastia e della rottura.