Taccuino al buio

26 Febbraio Feb 2016 1759 26 febbraio 2016

Melodrammatica: cercasi un Matarazzo del Duemila

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di Alberto Alfredo Tristano

All'ultimo festival di Berlino ho avuto finalmente modo di rivedere 'Martha' di Rainer Werner Fassbinder, melodramma che continua ad accecare come uno dei più grandi della storia del cinema (era inserito nella serie di omaggi a Michael Ballhaus, monumentale direttore della fotografia). Un film che in realtà avevo rivisto poco tempo prima al Teatro Argentina di Roma, sotto non troppo mentite spoglie, in quella autentica summa della filmografia del regista tedesco rivoltata in teatro da uno dei suoi più convinti seguaci, nonché principale regista italiano (ancorché spesso berlinese nelle sue residenze) della sua generazione: Antonio Latella.

Mi riferisco allo spettacolo 'Ti regalo la mia morte, Veronika', che parte dalla pellicola 'Veronika Voss' per diventare, in ultimo, convegno delle più celebri eroine fassbinderiane, tra cui appunto Martha prigioniera della carrozzina: sono ritratte tutte, nel geniale finale che lascia senza parole, sotto l'ombra di un ciliegio in fiore, in un quieto giardino dell'aldilà o dell'eternità dei personaggi, sospeso tra Cechov e il Douglas Sirk di 'Secondo amore', citatissimo melodramma degli anni Cinquanta, dove centrale è la figura di un giardiniere, così come accade in 'Lontano dal paradiso' di Todd Haynes. Il quale Haynes, nel continuo circolo di queste suggestioni, ci ha dato giusto l'anno scorso il più bel melodramma degli ultimi anni, 'Carol', stiloso come un Sirk e duro come un Fassbinder: la storia di una lava che si raffredda.

Dopotutto, sul tema del gelo, proprio Fassbinder ha offerto la più moderna definizione della macchina melodrammatica per come si va perfezionando nei suoi migliori esiti da decenni, genialmente sintetizzata dal titolo del suo esordio nel lungometraggio: 'L'amore è più freddo della morte'.

Figure raggelate, laddove fino agli Sessanta apparivano per lo più 'fiammeggianti', sono quelle di Fassbinder, di Haynes e anche di Latella. Proprio al lavoro di quest'ultimo vorrei dedicare qualche parola, perché ho trovato straordinario come il cinema abbia fecondato (in genere vale l'opposta direzione) la scena immobile, per quanto mutevole, del teatro. Alla sua seconda riscrittura di Fassbinder (dopo 'Le lacrime amare di Petra Von Kant'), Latella procede in quello che al cinema è inaccessibile, cioè la visione interna, l'immaginario di una disperazione che sta per sboccare nella morte.

Veronika Voss è un'ex diva del Terzo Reich, schiava della droga che le è somministrata dalla dottoressa che dovrebbe curarla: il caso è scoperto da un giornalista, innamoratosi di Veronika, che però non riesce a liberarla, anzi a trionfare saranno i cattivi. L'ossessione del passato, il cinema come grande bugia, le 'scimmie sulla schiena' emblema burroughsiano della dipendenza, il riscatto impossibile: Latella risolve le molte suggestioni di questa tragica eroina quasi alla Wilder (un altro tedesco della diaspora nazista, come Sirk, che però rientrò poi in Europa) costruendo una gabbia di impedimenti da cui è impossibile fuggire.

Visionario e lucido, Latella si mette in pari con le riflessioni migliori che sul modernissimo genere del melodramma all'estero vengono compiute e che in Italia riusciamo a fare soprattutto in scena, negli allestimenti della gloriosa tradizione della nostra opera lirica: sarebbe una bella sfida per il nostro cinema contemporaneo provarci. Cercasi un Matarazzo del Duemila.