Taccuino al buio

15 Giugno Giu 2016 1311 15 giugno 2016

Se Neruda incontra Bolaño

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Alberto Alfredo Tristano

Confesso che ho vissuto, titolava Neruda la propria autobiografia. Vissuto nella vita e in quell’altra vita raddoppiata dall’immaginazione, vera come il vero. Pablo Larrain, nel raccontare una porzione di esistenza del suo celebre connazionale, lo contamina con un altro enorme letterato del suo Paese, più recente, Roberto Bolaño. “Neruda” diventa così un oggetto che potrebbe appartenere alla serie dei “Detective selvaggi”, un’investigazione della magistratura letteraria, Un tribunale tra l’accusa del deuteragonista che insegue il protagonista in fuga nella difesa. In uno scambio di ruoli, dove il delitto contestato è la libertà, cioè la vita stessa.

Larrain, essendo uno dei tre o quattro maggiori registi al mondo, non conosce i lugubri manicheismi che appartengono ai malamente venerati maestri, battezzati con l’acqua sporca di goffe giurie festivaliere. Con “Neruda” aggiunge un nuovo capitolo alla sua epica della nazione cilena e affronta uno dei simboli assoluti di quella cultura, uno dei più famosi poeti del Novecento, un divo globale della cultura, autore di alcune delle più belle e alcune delle più brutte liriche del secolo. Neruda, nel Cile del 1948, è un senatore comunista gaudente, tondo come una botte, frequentatore di affollati bunga-bunga, narciso fino al ridicolo (e fino al riporto, che gli copre la calvizie). L’opposto dell’eroe, e tuttavia connotato nel suo talento capace di parole che smuovono popoli. E’ proprio questo il problema: le sue parole sono un pericolo nella corrotta democrazia cilena, in cui già si abbozza il futuro fantasma di Pinochet. Neruda va arrestato, bisogna impedirgli di pensare, come a Gramsci sotto il fascismo.

Il potere mette sulle sue tracce un giovane ambiziosissimo poliziotto, figlio di un bordello, figlio quindi di un plebeo o magari di un potente o magari perfino di Neruda stesso. Insegue il poeta nella sua clandestinità. Ma la ricerca assume via via i contorni di una scrittura della ricerca: è come il frutto dell’immaginazione dell’inseguito, che costruisce l’inseguitore, ne stabilisce le tracce, ne disegna la caduta nel vuoto, dentro la neve dell’estremo sud, Minotauro borgesiano (siamo ai confini con l’Argentina) nel labirinto gelato, forse per poterlo sentire non come un nemico ma un incolpevole da perdonare.

Il film, che parte come un biopic, straccia del tutto le regole sempre più convenzionali del genere e viene costruito, meravigliosamente, su uno dei più scivolosi strumenti di narrazione cinematografica: la voice over. Che non è una, ma sono due, quelle del poeta e del poliziotto. Che sorreggono la storia, la contrappuntano, la capovolgono, la spingono nella profondità delle rispettive coscienze. Accurata ma non stucchevole la restituzione del clima dell’epoca, e grandioso il cast, formata dalla fissa compagine del regista: ricordiamo, tra gli altri, Luis Gnecco che è un ottimo Neruda, mentre Gael Garcia Bernal giganteggia nelle vesti del poliziotto.

Larrain è un giovane mito della cinefilia globale. Gli è mancato finora il pieno riconoscimento da competizione. E’ è invitato nei maggiori festival ma non sempre nelle sedi maggiori (a Cannes, per esempio, hanno ritenuto di non metterlo in concorso); e in genere per i premi dorati gli si preferiscono gli autori da consolato, gli strappalacrime del multiculturalismo, i suona-fanfare. Larrain in questo contesto è una nota dissonante, dotato com’è di grandioso senso dello spettacolo ma senza le afflizioni (molto premiate) dello sperimentalismo burocratico: meglio, per le giurie e i comitati di selezione, il canto stantìo di vecchi e giovani tromboni. Larrain non se ne cura, giustamente, e continua a darci un film all’anno: che è sempre uno dei migliori dell’anno. Il resto è silenzio.