Taccuino al buio

14 Dicembre Dic 2016 1853 14 dicembre 2016

La ballata dei fratelli Lehman

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Alberto Alfredo Tristano

Nel calendario dell'ultima crisi finanziaria globale, il giorno in cui morì la Banca Lehman divenne data simbolo. Un punto incendiato della storia in cui si inceneriva un lunghissimo romanzo familiare. A ritroso nel tempo, sin dalle origini di questo paradigma del capitalismo planetario, procede la “Lehman Trilogy” di Stefano Massini, da cui Luca Ronconi ha tratto l'ultimo spettacolo della sua gloriosa vita teatrale. Uno spettacolo testamentario. Straordinario ma forse non al punto da arrivare alla pura bellezza del testo d'origine: forse l'opera che ben oltre il destino scenico si impone come il capolavoro della più recente letteratura italiana. Il testo ha avuto numerose rappresentazioni anche all'estero, si avvia ad essere inscenato a Londra da Sam Mendes: un'occasione che potrebbe renderlo un classico del teatro contemporaneo.

Ma il pregio del lavoro è tutto nella sua parola, che realizza già in pieno, già prima di ogni incarnazione di palco, la propria grandezza. Una ballata americana, una sinfonia del tempo e del capitalismo, un gigantografia di una famiglia e di un sistema. Un'opera scritta senza parti – è il regista ad attribuire le frasi, a comporre le rispettive battute dei personaggi – che traccia un secolo e mezzo di esplosione, di corsa, di frenesia, fino alla rovinosa, definitiva caduta.

Ronconi in una spoglia e chiara scena quasi strehleriana racconta il primo nucleo di tre fratelli, venuti in Alabama dalla natìa Germania, come ebrei erranti in cerca di un approdo in un mondo, il Mondo Nuovo, tutto da costruire. E che loro stessi, con la propria progenie, col proprio cognome, contribuiranno a tirar su. Rifuggendo i rischi del più bolso manicheismo sull'economia, la maratona del capitalismo americano si riproduce nel durissimo lavoro, nelle intuizioni, nelle crisi, negli azzardi di tre fratelli dalle folte barbe da patriarchi, da semiti veterotestamentari. Con leggerezza, con umorismo, con un'adesione lirica e carnale alla storia (il cotone, le piantagioni, la guerra civile, il trasferimento a New York, la politica, la nascita di Wall Street), la vicenda si dipana lungo il filo di tanti anni, di tanti nomi, degli eredi, dei comprimari.

L'ambizione di ricostruire dall'Italia una storia del mondo contemporaneo è sorretta con un esito formidabile dalla scrittura di prosa e versi: una suggestione potente per un grande regista che ne sappia trarre un'epopea amara sul tempo e la sconfitta, qualcosa tra Leone e Kazan.

Dal primo testo Massini è passato a un'ulteriore versione, “Qualcosa sui Lehman”, anch'essa ora pubblicata. Non stupirebbe se come per il fenomeno “Gomorra” ci fosse una declinazione verso diverse narrazioni: dopo il teatro (e la letteratura: per me soprattutto letteratura), il cinema o magari una serie tv, vista la lunga complessità della vicenda. Massini, esordiente nella sceneggiatura cinematografica con l'ultimo Placido di “7 minuti” (tratta da una sua drammaturgia), è pronto per diventare autore globale polinarrativo. Già, intanto, è tra le figure maggiori, per quanto assai giovane, del nostro teatro: vertice creativo del Piccolo di Milano, erede proprio di Ronconi nel ruolo. Eppur si muove, la vecchia complicatissima Italia...

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