Taccuino al buio

8 Marzo Mar 2017 1625 08 marzo 2017

Falchi nell'oriente napoletano

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di Alberto Alfredo Tristano

Chi abbia avuto l'occasione di vedere la pinacoteca sorprendente dell'Ospedale degli Incurabili (a Napoli l'arte è ovunque), ricorderà un quadro religioso in cui due cinesi adorano una madonna. E' la traccia di una presenza nella città barocca di quella comunità, stanziale allora nella zona dove oggi, non a caso, è acquartierata l'università L'Orientale. Tutto torna, saltando sui secoli ai giorni nostri, sulle rotte degli impasti sociali e delle storie raccontate secondo diversi mezzi: personalmente ricordo le cinesi di Incerti in “Gorbaciof” e degli Almamegretta in “La Cina è vicina”. Ultima, per ordine di tempo, è la pista cinese di “Falchi” di Toni D'Angelo. Dove Napoli è una Hong Kong senza ammennicoli folkloristici, in una forma di meticciato e omogeneità che accomuna tutte le metropoli del mondo, specie quelle acquatiche di fiume o di mare.

“Falchi” è un poliziesco che si rifà ai modelli di melodramma d'azione tipici del noir orientale anni '90. Falchi sono gli agenti che come uccelli di rapina planano sui rapinatori e sgominano il crimine in flagranza. I due protagonisti sono amici d'una amicizia innervata nella complicità di un lavoro devastante che li pone costantemente sul bordo tra il legale e l'illegale: come spalloni vanno da una riva all'altra e nel tragitto perdono, un pezzo alla volta, un po' di sé. Specie se entrano in gioco fattori morali come il senso di colpa e lo smarrimento esistenziale nella solitudine. Droga e corse clandestine di cani, revolverate e abusi. Ma al fondo una singolare coerenza con il senso del proprio compito del mondo: allineare l'ordine di una legge, fosse pure con il disordine. Entra però in ballo una cinese, massaggiatrice di un equivoco centro benessere: è un tassello d'innocenza che dissesta la strada inesorabile del disastro di uno dei due falchi, come una promessa di felicità o di riscatto, che però non ammette che una rinuncia a quella vita di prima: e quindi a quelle regole, perfino a quelle di connivenza e di amicizia. L'equilibrio, che esiste per quanto malato, non si mantiene più e infatti si risolve in una geometrica resa dei conti ultima, sospesa però su un finale aperto, in cui tutto può essere.

D'Angelo costruisce così il suo lavoro d'autore sul genere, moderno perché antico, che scende nelle radici di una terra di violenza e salvazione, ben attento ai frutti romantici di una storia sulla “seconda vita” possibile e – per ribaltamento - sul crepuscolare sentimento del fallimento e della rovina. A me è sembrato un film bello, uno scavo archeologico: non un film su Napoli ma dentro Napoli, nei suoi fattori universali che ne fanno un luogo-mondo.

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