Taccuino al buio

10 Agosto Ago 2017 1824 10 agosto 2017

I MOSTRI DI LOCARNO / 1

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Alberto Alfredo Tristano

Qualche noterella su Locarno 70: appesa alla piu' totale parzialita', e a una tastiera svizzera.

SCUSI, PER L'UCRAINA? “Easy” di Andrea Magnani racconta lo strano viaggio di un depresso obeso che dal Friuli deve portare una bara in Ucraina: sul cantiere edile di suo fratello è morto un operaio a nero, e il corpo è bene sparisca presto. Lo strano viaggio di Isidoro (detto Isi, dal che Easy) da semplice che appariva diventa una ballata picaresca, anche se il personaggio è tutt'altro che picaro: va in ansia senza antidepressivi, non parla una parola che non sia di lingua italiana, subisce la vita senza saper reagire (il film si apre con il suo fallito suicidio)... E tuttavia proprio perdendosi geograficamente nello spazio sconosciuto del gelido est ritrova la capacità di prendere in mano il corso della vita, di arrangiarsi, di andare avanti, anche solo di chiedersi: che devo fare adesso? ... Costruito interamente sulla figura principale, nella stazza immensa di Nicola Nocella che trabocca di buffa malinconia, il film è una commedia che si distingue nel panorama italiano per l'approccio non derivativo ma fondante al paesaggio in cui la narrazione si dispiega: l'immensa pianura ungherese, le nevi implacabili dell'Ucraina, un vento sovietico che non ha mai abbandonato quelle infinite terre, certi volti da vecchi cosacchi immortali (uno, letteralmente, par che muoia e poi si risveglia)... “Easy” funziona meglio per quel che mostra che per quel che fa sentire. L'accento vagamente romano di Libero De Rienzo è il punto piu' basso, gli spiegoni (Isi campione giovanile di go kart è raccontato attraverso due dialoghi e un monologo da stracciare subito) non mettono niente e rallentano tutto. C'è infine la questione della lingua. Isi parla solo italiano, e appena oltre confine – cioè praticamente subito - entra in contatto con lingue diverse. Dunque non capisce nulla (tranne che, per poco tempo, quando usa un traduttore simultaneo che fa una brutta fine). Insomma, il suo spaesamento è assoluto. Ma lo spettatore no, non ha il suo stesso spaesamento, perchè ci sono i sottotitoli, e quindi sa tutto. E' giusto che sia cosi', visto che il film racconta esattamente questa alterità di Isi rispetto al mondo? Ai fini commerciali, sarebbe complicata una scelta del genere. Tuttavia avrebbe suggerito di asciugare tanti dialoghi e puntare tutto sull'immagine: cioè quello che nel film funziona meglio.

ZEDDA VAMPIRAS. Mai avere troppe aspettative: personalmente ne avevo molte in “Surbiles” di Giovanni Columbu, memore di “Su Re”, una passione di Cristo aspra e barbarica. Stavolta si cimenta con le surbiles, strane figure di vampire che succhiano il sangue ai bambini di notte. Il film racconta questi personaggi, intervistando alcune anziane, intimorite dalla loro presenza, e mettendo in scena nella finzione queste presenze misteriose... A metà tra l'invenzione fantastica e il saggio antropologico, “Surbiles” cade nell'ambiguità che spresso si presenta quando si approccia la tradizione orale e le storie di paese: la tentazione di farne una piccola leggenda, un prodotto tipico, il glocale universale, e cosi' via. Laddove sarebbe piuttosto il caso di sottoporre l'immenso patrimonio della civiltà contadina anche al crudele e schietto giudizio della storia, e raccontarla anche per quel che è: il retaggio di una lunghissima immobile epoca segnata da violenza sotto diversi ordini (politico, sociale, relazionale), e superata nel senso di migliorata dall'onda, anche selvaggia e contraddittoria, ma certo democratica e benefica del Santo Progresso. Le lucciole, a guardar bene, ci sono ancora; in compenso, è quasi estinta la povertà, e chiunque ha una occasione di poter migliorare la propria condizione. Del passaggio della Storia, qui non v'è traccia, e manca anche, nella strategia della visione, la brutalità antropologica applicata al satanismo di “Liberami” o la drammaturgia ironica del “Solengo” su un mistero di campagna. Columbu tuttavia si conferma notevole nel racconto di paesaggi: e forse la sua narrazione sarda avrebbe maggiore vigore, piu' che negli uomini, nelle cose: le bufere della Gallura, il silenzio della Barbagia, le pietre nuragiche, l'oro di Dorgali...

UN MOSTRO DI BUONE MANIERE. Tanto per restare agli archetipi del fantastico, parliamo di licantropi. “A boas maneiras” della coppia Juliana Rojas-Marco Dutra, è un riuscitissimo horror brasiliano che si sorregge su un amigua questione: l'amore per il mostro. Il racconto, esattamente spaccato in due, è quello di due maternità: quella naturale e quella adottiva. Un donna trova lavoro come domestica presso una giovane in dolce attesa: le due, che scoprono reciproca attrazione, dovranno affrontare la verà entità di quell'attesa. Il mostro azzanna, cerca sangue, si nasconde nella debolezza di un bimbo deficitario, è un pericolo ambulante...ma la maternità ha un'essenza piu' forte del terrore. “Le buone maniere” sono quelle dovute nel nome dell'amore, e anche un mostro puo' essere oggetto d'amore. Nell'uso autoriale dell'ironia del genere horror, il film traccia un percorso vertiginoso nel campo, perfino immorale talora, dell'affetto: è proprio l'affetto il vero licantropo, aggredisce il buon senso, la socialità, le vite degli altri, ottunde, acceca, egoisticamente si mette sopra tutti e tutto, ma è il suo istinto e niente e nessuno puo' e sa governarlo fino in fondo. Grandissimo film, forse gravato da qualche minuto di troppo.

MI IMBARCAI SU UN CARGO BATTENTE BANDIERA... La desolante mancanza di ironia di “9 dita” di F.J. Ossang è una delle prove piu' inquietanti a cui Locarno poteva sottoporre. Un gruppo di criminali, un colpo che va male, strani traffici di sostanze pericolose, un cargo diretto verso il nulla... La spicciola filosofia del Nulla e della Catastrofe di questo film ha generato entusiasmo in molti gonzi incapaci di distinguere il notevolissimo lavoro del direttore della fotografia dalla necesessaria, superiore e qui assente, visione del regista. Che, nel caso specifico, se avesse 30 anni, sarebbe pure perdonabile. Il fatto è che Ossang ne ha 60 e passa e pasticcia tra citazioni noir e nichilismi un tanto al chilo senza alcun senso del ridicolo. La metafora della nave diretta verso il niente è quanto di piu' imbolsito e banale si possa immaginare sulla condizione umana: i danni di Conrad letto male possono essere incalcolabili, per di piu' se il lettore si reputa un esistenzialista. Un film che ha molti amici e poco onore.

LA STORIA PIU' BELLA. Tra quanto visto e sentito, si distingue un breve passaggio biografico. Dunque: Locarno ha premiato il produttore svizzero Michel Merkt. Ha lavorato con molti importanti registi: David Cronenberg, Philippe Garrel, Paul Verhoeven, Xaver Dolan. Quando gli hanno chiesto di segnalare un film da proiettare, lui ha scelto “Map to the stars”, il capolavoro di Cronenberg presentato a Cannes 2014, dove Julianne Moore vinse come miglior attrice. Perchè ha scelto questo film? Perchè è bello? Certo, anche quello, ma non solo: Merkt lo ha scelto perchè stava per lasciare il cinema. Le cose non funzionavano piu', troppi progetti erano svaniti o andati male. Poi è arrivato questo film, ed è cambiato tutto. La svolta della carriera, che ha portato in breve Merkt a firmare successi mondiali come “Elle”, “La mia vita di zucchina”, “Vi presento Toni Erdmann” (una nominations per gli Oscar a testa, per dire). La libertà, anche quella di fare il proprio mestiere, è una conquista: non bisognerebbe dimenticarlo, visti anche i troppi equivoci che esistono sul concetto di libertà. In “Map to the stars” risuona come un ritornello la citazione di una poesia di Paul Eluard: “Libertà”. Eccola.

Libertà

Su quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome

Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell'infanzia
Scrivo il tuo nome
Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d'azzurro
Su lo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Su le piane e l'orizzonte
Su le ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Su le onde su le barche
Su la montagna demente
Scrivo il tuo nome

Su la schiuma delle nuvole
Su i sudori d'uragano
Su la pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome

Su le forme scintillanti
Le campane dei colori
Su la verità fisica
Scrivo il tuo nome

Su i sentieri risvegliati
Su le strade dispiegate
Su le piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s'accende
Sopra il lume che si spegne
Su le mie case raccolte
Scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Su la santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Su la fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Su l'assenza che non chiede
Su la nuda solitudine

Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l'immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù d'una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.

(traduzione di Franco Fortini)

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