Taccuino al buio

13 Agosto Ago 2017 1617 13 agosto 2017

I MOSTRI DI LOCARNO / 2

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Alberto Alfredo Tristano

Qualche altra noterella, di ritorno da Locarno, a premi acquisiti, a festival concluso.

REAL HORROR. Di tutti i terrori che ci attanagliano, la malattia e la sua paura è senza dubbio il più violento e atroce. Il suo racconto resta un campo minato, per la sensibilità necessaria laddove si tocca la forza annichilente del male, per la fragilità e la debolezza del soggetto raccontato cui riservare un pudore di distacco. Il documentarista cinese Wang Bing con “Mrs. Fang”, che ha conquistato il premio maggiore di Locarno 2017 ossia il Pardo d’Oro, entra nella carne viva della questione e sceglie di raccontare la fase terminale, gli ultimi giorni di una donna, la signora Fang, contadina del Fujian, malata di Alzheimer. Il film racconta quanto si muove intorno a lei, ormai assente al mondo: la famiglia, la vita di chi la passa a trovare, di chi l’accudisce. La quotidianità si dispiega nella sua normalità del lavoro e degli affetti, dei giorni come altri, e intanto vediamo proseguire l’irreversibilità della fine di Fang, attraverso il suo viso liscio, gli occhi senza sguardo dove insieme convivono la demenza smemorata e una sofferenza di muta agonia, un lancinante enigma di dolore, a cui non abbiamo accesso e che pure percepiamo. Sono questi momenti a rendere certe scene quasi insostenibili lungo la scala della commozione per l’impotenza di chi guarda, la stessa impotenza dell’intero mondo davanti a malati a cui non è concessa la possibilità di una guarigione, nessuna cura, nessun lenimento. E la rappresentazione realistica ma non pietistica, basata su una apparente freddezza, può forse sollevare qualche interrogativo sulla liceità della visione su queste porzioni della condizione umana: la rappresentazione è un ricatto all’emotività dello spettatore? E’ un’invasione indebita in un territorio così intimo e complesso come il morire? E’ l’avventura coraggiosa di un cinema che sceglie di raccontare anche l’irraccontabile? E’ molto difficile esprimere un giudizio univoco, dettare una posizione morale. Resta che alcuni momenti del film sono tra i più intensi visti al festival. Ed è memorabile la conclusione affidata a un pacificato paesaggio fluviale, che forse ci ricorda come tutto, tutto quanto sia un fluire. Degli altri due film premiati con i riconoscimenti maggiori, “A boas maneiras” e “9 dita”, ho scritto già qui.

TORNARE A TOURNER. Se “la gelosia è un mostro dagli occhi verdi che dileggia la carne di cui si nutre” (Shakespeare, “Otello”), a volte essa assume le forme di una pantera. Lo fa nel film “Cat People” (Il bacio della pantera) uno dei massimi horror della storia del cinema di un genio assoluto come Jacques Tourner, cui è stata dedicata una stupenda retrospettiva. Nato in Francia ma poi trasferitosi in America, autore di una settantina di film in circa trent’anni di carriera, inesauribile fonte di ispirazione per generazioni successive di autori (evidente e dichiarata quella su Dario Argento, che ha presentato “Night of the demon”), Tourner ha scavallato tra i generi, sperimentandoli tutti e spesso contaminandoli, in uno stile espressionista che fa dell’ombra, dell’ellissi, del suggerito, un veicolo di senso e un transito di paura. Streghe, demoni, donne pantera, serial killer, zombie: l’armamentario dell’horror è quasi tutto presente nella sua sterminata filmografia. Che annovera diversi capolavori, in cima ai quali c’è di sicuro “Cat People”, dove leggende e presenze serbe si animano nello zoo di New Yorke diventando metafora dello sfascio di una coppia rosa dal mostro della gelosia. E’ la gelosia che trasforma Irena in una donna pantera pronta a divorare la rivale di suo marito che irrompe nel suo matrimonio non consumato: il che suggerisce ulteriori letture sulla natura sessuale della sua nevrosi, abilmente mascherata e tradotta in cinema da una pantera feroce che sfugge alle gabbie. Questo film del ’42 è tra i pochi capaci di rivaleggiare con i capolavori maggiori di Hitchcock, di cui possiede la medesima modernità, uno stile superiore all’usura del tempo (Paul Schrader nel ’82 realizzò un falso remake intitolato allo stesso modo). Ma “Cat People” con una bella fetta della filmografia di Tourner è anche l’occasione per incrociare figure meno note ma con tratti di pura leggenda nella loro storia professionale e personale: come Val Lewton, che la Rko, reduce dal monumentale capolavoro di Orson Welles “Quarto potere”, assunse per realizzare piccoli a basso budget, i film del reparto B: così iniziò la storia gloriosa dei B-movie. Oppure personaggi come Cornell Woolrich, scrittore delle angosce, incamminato come sceneggiatore nella grande Hollywood anche grazie a un matrimonio ben promettente ma che durò una sola notte: preferì vivere per i successivi decenni in hotel con la madre, che non lasciò sola una sola notte, mentre di giorno metteva su pagina incubi che avrebbero fecondato grandissimo cinema in mezzo mondo: da Hitchcock (“La finestra sul cortile”) a Truffaut (“La sposa in nero”, “La mia droga si chiama Julie”) fino a Fassbinder (“Martha”). Tourner trasse da lui “L’uomo leopardo” (ancora gli animali…), tra i primi film a occuparsi di un assassino seriale. Ancora una bestia che incarna altro, qualcosa di umano, troppo umano (per la cronaca, essa si chiamava Dynamite, era la medesima pantera usata in “Cat People”: certamente una delle fiere più cinefile di sempre).

LA PROFESSORESSA GEKILL E LA SIGNORA HYDE. “Isabelle, ma belle… son les monstres qui vont tre bien ensemble…”. La professoressa Gékyll, dopo 35 anni di insegnamento, è bullizzata e derisa; una notte un fulmine colpisce gli apparecchi del suo laboratorio di fisica e quell’energia investe il suo corpo tirandole fuori una signora Hyde che non più subisce ma domina, forte di superpoteri che la rendono un mostro di elettricità e luce… Ne beneficeranno anche i suoi esperimenti, compiuti con l’allievo più dotato, un altro bullizzato, storpio e legato a un deambulatore… Questo è in breve “Madame Hyde” di Serge Bozon, film che contamina vari generi e rinnova mostri e positivismo ottocenteschi nella moderna Francia delle banlieu e dei nuovi conflitti sociali. Un film che inevitabilmente viene cannibalizzato dalla sempre più perfetta Huppert, premiata quale migliore interprete femminile: l’ultimo omaggio in ordine di tempo a quella che è oggi la più importante attrice europea.

IL DISSIDENTE. Un festival è un grande magazzino di storie: non solo quelle che passano sugli schermi, ma anche quelle che in carne e ossa si chiamano uomini. Sulla città lacustre è passato uno dei più importanti autori del mondo, Aleksandr Sokurov, Leone d’Oro a Venezia per “Faust”, indagatori di dittatori (“Moloch” su Hitler, “Toro” su Stalin che prende il potere di un Lenin morente) e dell’assolutezza dell’arte potente e concentrata in collisione col potere (“Arca russa” girato al Museo Ermitage, “Francofonia” al Louvre). Sokurov ha portato il suo primo film, “The lonely voice of man”, che nel 1987, dopo otto anni di censura di Mosca, proprio a Locarno divenne pubblico, anche grazie all’aiuto del più celebre regista dissidente russo: il purissimo Tarkovsky. Fu per Sokurov la liberazione dal silenzio imposto dal regime sovietico, e anche – lo ha raccontato lui stesso - la prima volta in cui mise piede fuori dall’Urss.

SUI TETTI DI BEIRUT. Ho visto pochi cortometraggi, e non i premiati. E sono rimasto impressionato dal libanese “Tshweesh” di Feyrouz Serhal. Il titolo dovrebbe significare “interferenze”. E’ una giornata di splendore accecante su Beirut, la gente ha solo una cosa in testa: prendere bene il segnale tv per seguire la partita dei mondiali di calcio. La telecronaca, che segna diversi momenti del film, parla in un breve lampo di Argentina con Maradona allenatore: dal che si può desumere che siamo nell’estate 2010. L’estate in cui si infiamma nuovamente il dissidio tra Libano e Israele dopo il conflitto chiuso nel 2006. E’ una calda stagione che brucia di guerra. E ci sono delle interferenze nel cielo: sta per partire un attacco aereo da Israele. Il film breve racconta i momenti che anticipano, accompagnano e seguono l’Evento, un accadimento minaccioso che precipita dall’alto senza tuttavia, in forza dell’abitudine e di un’invincibile vitalità, fermare il fervore delle persone. I minuti della città sono raccontati in un dialogo costante tra la visione da terra e quella dall’alto dei tetti: tra nuovissimi avveniristici grattacieli in costruzione, palazzine popolari mezz’incompiute o mezz’abbattute, ragazzini che giocano sui balconi, coppie che si appartano tra le altezze delle antenne, uomini che roteano ricevitori alla ricerca della giusta frequenza, donne che lavano, uomini che pazientano: nessuno corre nei rifugi, tutti infebbrati dalla esistenza… Uno straordinario ritratto di città, che fa i conti con le minacce belliche capaci di andare oltre il contesto della contingenza dei conflitti per farsi metafora del destino e dell’inesausta capacità di vivere e andare avanti. Assolutamente straordinaria la cura visiva nelle scelte dei piani e delle prospettive delle inquadrature, suggestive e inquietanti certe riprese aeree, magistrale l’uso del suono. Piccolo film dal grande impatto: una visione che resta fissa nel cervello come un chiodo.

IN QUESTO SEGUITARE. Càpita. Càpita che anche un film indiscutibilmente brutto come “Gli asteroidi” di Germano Maccioni, inconcludente, privo di capacità di sorprendere, traboccante di cose già viste e meglio in qualche altro centinaio di film, incentrato su una gang che ruba i candelabri nelle chiese di una Emilia paranoica, gang capeggiata da un Pippo Delbono ancora peggiore del solito, càpita che anche un film così regali un momento di pura bellezza: succede nel sottofinale, uno dei ragazzi sta sostenendo l’esame di maturità, deve recitare una poesia, e con accento malmesso, qualche breve incertezza di memoria, uno sguardo smarrito, recupera nel suo fiato le parole di un altro che 101 anni fa, alla stessa sua età all’incirca, le scrisse, immortalando per sempre la malinconia del vivere che traluce dalla giovinezza. Il ragazzo del secolo scorso è Eugenio Montale e la poesia la seguente:

Meriggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

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