Tertium datur

8 Novembre Nov 2012 1949 08 novembre 2012

Scatti rock. Intervista a Guido Harari.

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Quando entri, Patti Smith a piedi nudi (si è appena tolta gli anfibi, e li ha messi lì vicino) ti fissa da una stanza affrescata e un po’ diroccata di Villa Arconati. La fotografia, a colori, è esposta nello showroom Environment a Milano (fino al 20 novembre), che ospita la mostra di Guido Harari Sonicamerica, insieme a un’altra quarantina di grandi immagini (guarda la gallery).

© Guido Harari, Patti Smith
Tra i mobili di design, sono stati convocati Lou Reed e Laurie Anderson, Miles Davis e i REM, Frank Zappa, Iggy Pop, Philip Glass con Allen Ginsberg, Tom Waits, Jeff Buckley, Bob Dylan, Springsteen, Antony e molti altri, artisti mitici e apparentemente inarrivabili. Giganti della musica rock e più in generale della cultura contemporanea, ritratti da un fotografo italiano che ha iniziato la sua carriera da autodidatta nel 1971.

“Quello che mi ha sempre interessato è capire chi è la persona dietro la maschera, dietro l’icona. Io cerco l’autenticità. Voglio che stiamo insieme nello stesso metro quadrato, se la persona me lo permette, naturalmente. Non c’è alcuna costruzione”, racconta Harari, aggiungendo: “In questo modo si possono svelare aspetti che solitamente non emergono attraverso la musica. Per esempio, Leonard Cohen, che ha un’immagine così “rigida”, fa un uso molto plastico del corpo. Viene fuori qualcosa di lui che abitualmente rimane nascosto. È forse l’equivalente dell’ironia e del sarcasmo che troviamo in alcune delle sue canzoni, ma il corpo è materia.”

L’inaugurazione della mostra, affollatissima e allegra, non si direbbe il momento ideale per parlare con lui del suo lavoro. Però ci sediamo a chiacchierare sul bordo di un grande letto matrimoniale, continuamente interrotti dall’andirivieni e dagli abbracci dei suoi amici, tra cui Dori Ghezzi, Patrizia Valduga e Fabio Treves, che ha appena suonato con Paolo Bonfanti (chitarra Noah in alluminio, come Lou Reed) e la sua band. L’atmosfera è satura di blues e rock’n roll.  Accanto a noi, Tom Waits corre un po’ scompostamente, sollevando nell’aria un mantello, che guardando meglio potrebbe essere una vecchia coperta, forse. In bianco e nero.

D: Molte star della musica oggi si rivolgono ai fotografi di moda perché fabbrichino  un’immagine senza alcun rapporto con la loro identità, ma utile a vendere. Cosa pensa della trasformazione del corpo, negli ultimi anni diventato sempre più «mediatico» e manipolato?
R: Sì, è vero che il corpo sembra sempre più un prodotto mediatico, però non credo si debba generalizzare. Altri modi di lavorare sono ancora possibili.

D: Le sue fotografie sono molto diverse l’una dall’altra, non si somigliano affatto come spesso tra loro gli scatti di uno stesso autore.
R: Questo è un problema con gli americani, una cosa che non capiscono. Vogliono la prevedibilità.

D: In realtà questa è una delle qualità più specifiche e “alte” del suo lavoro. Ogni ritratto definisce un’individualità, ed è in base a questa che la  fotografia prende forma, ogni volta differente.
R: Perché ogni persona è diversa. Ogni personaggio ispira una soluzione formale diversa. Vent’anni fa, alla mia prima mostra a Milano di ritratti musicali (alla Galleria Diaframma), venne Leonard Freed, il grande fotografo della Magnum, e mi chiese: “Quali sono le tue?”. Tutte erano “le mie”, Freed non se ne capacitava.

D: Che ruolo ha la lentezza nel suo lavoro? C’è un’attesa spasmodica dello scatto perfetto?
R: In genere c’è poco tempo, bisogna scegliere in fretta. Quindi il risultato è frutto soprattutto dell’immediatezza.

D: Tra i personaggi che non ha mai avuto occasione di ritrarre, anche del passato, chi vorrebbe o avrebbe voluto fotografare?
R: Fracis Bacon. Mi sarebbe molto piaciuto indagare la sua personalità macerata. E avrei voluto vivere “in tempo reale” gli anni Sessanta, soprattutto dal 1964 al 1967, magari avendo dieci anni di più (Harari è del 1952, n.d.a.), sia in Gran Bretagna, che in America. Anni pionieristici, non solo dal punto di vista musicale, ma anche sociale, politico.

D: Lei ha fotografato grandi artisti, con cui ha avuto un rapporto privilegiato. Da chi si è sentito toccato più profondamente, per affinità o al contrario perché è stato un incontro choccante?
R: Dai malati e dai loro familiari, che ho incontrato per il progetto Paesaggio prossimo della Provincia di Milano, fuori dal ghetto dorato delle celebrities. Ho conosciuto una madre anziana che  ha donato un rene per salvare il figlio quarantenne, un ragazzo che viveva i suoi ultimi giorni di malato terminale, un paziente colpito da aneurisma e molti altri. Come diceva Pasolini, se le strade fossero piene di malati, l’uomo sarebbe diverso.

D: Nessun protagonista della cultura?
R: Kazuo Ohno, il grandissimo danzatore giapponese. Viveva sempre in una sua dimensione separata, totalmente scollegata dalla vita quotidiana. Vestito normalmente, senza trucco, aveva già cominciato a muoversi, a creare una gestualità per me e la mia macchina fotografica. Purtroppo la sua ferocissima agente l’ha trascinato via dopo due minuti.

D: Ma in quei due minuti è riuscito a scattare?
R: Sì. E la sua intensità è indimenticabile.

D: Lei ha fotografato anche Lindsay Kemp.
R: Kemp era una farfalla.

D: A proposito di Pasolini, so che ha un progetto in corso su questo grande  protagonista della cultura italiana.
R: Sto lavorando a un volume, su fonti d’archivio, immagini e documenti originali (come ho fatto per gli altri libri su Gaber, De Andrè, Fernanda Pivano e Mia Martini). Avrei voluto fotografarlo, è morto quando avevo ventitré anni. Il libro è un modo postumo di incontrarlo.

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