Tertium datur

12 Dicembre Dic 2012 1913 12 dicembre 2012

Strage di piazza Fontana. La testimonianza di Luca Boneschi

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Il 12 dicembre 1969 l’orologio nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano si ferma per sempre sulle 16.37 in seguito alla violenta esplosione di un ordigno, che provocherà diciassette vittime e ottantotto feriti.

La vicenda è nota, verrebbe da dire: sono passati più di quarant’anni.

La Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana a Milano



Ma da un sondaggio realizzato un paio d’anni fa nelle scuole superiori, è emerso che molti adolescenti, cittadini che si stanno avvicinando all’età del voto o l’hanno già raggiunta, pensano che la strage di piazza Fontana sia opera delle Brigate Rosse in un anno imprecisato. I nomi di Valpreda, del commissario Calabresi, di Pinelli, del tassista Rolandi, si librerebbero pressochè ignoti in un contesto storicamente nebbioso. Come moltissimi insegnanti di lettere sanno bene.

Non è dunque superfluo parlarne, ancora. E ricordare che responsabile della strage è  l’estrema destra, in particolare la formazione neofascista Ordine Nuovo, insieme ad apparati deviati dello Stato. Se sul piano storico lo scenario complessivo risulta sostanzialmente chiaro, l’accertamento della verità giudiziaria non è stato soddisfacente. Per la strage non paga nessuno, e ai familiari delle vittime è stato spedito il conto delle spese processuali.

Con l’orrore di piazza Fontana si apriva il tetro periodo segnato dalla strategia della tensione, attraverso cui forze antidemocratiche hanno cercato di imprimere una svolta autoritaria al paese. Che invece negli anni Settanta ha dimostrato, malgrado tutto, una tenuta democratica notevole.

La prima pagina del Corriere della Sera su piazza Fontana



Nel libro Le bombe di Milano(pubblicato nell’aprile del 1970 da Guanda e ristampato nel 2009 da RCS), dieci giornalisti, tra cui Bocca, la Cederna, Pansa e Stajano, il giovane avvocato Boneschi e un magistrato mettono per iscritto le loro testimonianze, per fare chiarezza su quanto sta avvenendo, rifiutando di allinearsi passivamente alle tesi accreditate dalle autorità. Indagando, interrogandosi, mettendo in evidenza incongruenze e illegalità dell’inchiesta ufficiale, sottraendosi alle pressioni politiche. Dodici voci, di chi non accetta di abdicare all’integrità del proprio ruolo professionale e civile. È un volume collettivo, la cui idea nasce tre giorni dopo la bomba, il 15 dicembre, e poco prima che arrivi la notizia della morte di Pinelli.

Non è soltanto per la pietas dovuta ai morti di piazza Fontana che non si devono dimenticare “quei pezzi di corpi che in macabro volo pesantemente sfrecciano sopra le scrivanie della banca”, come scrive con cupa efficacia Camilla Cederna. Il libro ha uno straordinario valore documentario e il contributo di questi dodici giovani intellettuali, la saldatura operata tra scrittura e impegno civile costituiscono una lezione sempre attuale, dal momento che tra i temi sensibili del dibattito politico  continuano ad esserci la libertà d’informazione e il limpido esercizio di un giornalismo lontano da strumentalizzazioni.

Piazza Duomo a Milano, il giorno dei funerali delle vittime di piazza Fontana



Nel quarantatreesimo anniversario della strage di piazza Fontana, Tertium datur pubblica una riflessione dell’avvocato Luca Boneschi a commento e integrazione di Mestiere di avvocato, il testo scritto allora per Le bombe di Milano, utile a comprendere il contesto in cui venne presa l’iniziativa: l’aria che si respirava allora.



Quarant’anni dopo. Postilla a Mestiere di avvocato, di Luca Boneschi

Mestiere di avvocato, scritto non più tardi del febbraio-marzo 1970, si apre e si chiude con un’analisi della “giustizia borghese” dura, schematica, e un po’ rozza, che non sottoscriverei più, soprattutto a partire dall’esperienza giudiziaria fatta proprio sui processi di piazza Fontana e su quello per i fatti del 25 aprile 1969. Ma il “Comitato di difesa e di lotta contro la repressione”, il gruppo di giovani e giovanissimi avvocati milanesi di cui facevo parte, sorto nel 1968 proprio per dare assistenza legale al “movimento” sessantottino nel suo complesso, e più volte citato anche testualmente nel mio breve scritto, la pensava così. Nel corso degli anni, sono stato ben lieto di aver scelto questa professione - se si preferisce, mestiere - e consapevole della sua essenzialità in un paese democratico. Ugualmente, pur con frequenti dissensi e contrasti e mantenendo ferma l’ottica della mia professione, ho imparato presto ad apprezzare il lavoro dei giudici, a stimarli, a evitare giudizi sommari e a vedere nella loro professionalità e nel loro ruolo un’ancor più essenziale garanzia.

Ciò non toglie che i “fatti” descritti in Mestiere di avvocato sono, oltre che veri, ancora oggi sbalorditivi: la sequela di illegalità messe insieme in quei giorni dalle Autorità avrebbe, credo, disorientato chiunque e non solo dei giovani avvocati; e, purtroppo, è stata portatrice di conseguenze gravissime. Alle quali ha forse posto riparo la storia (penso alla piena riabilitazione di Pino Pinelli), ma solo in piccola parte (l’assoluzione di Valpreda) la giustizia.

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