Tertium datur

10 Gennaio Gen 2013 1843 10 gennaio 2013

Magistrati, politica e istituzioni democratiche. Una conversazione con Armando Spataro

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Il 2012 si è chiuso nel nostro paese sotto il segno delle polemiche sollevate dalle candidature politiche del Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso nel PD e del pubblico ministero Antonino Ingroia, aspirante premier a capo di Rivoluzione civile, il movimento da lui fondato e sostenuto tra gli altri dagli ex-magistrati Di Pietro e De Magistris, Sindaco di Napoli.

È proprio il caso di Ingroia, in particolare, ad aver suscitato critiche e malumori, dal momento che il magistrato non ha portato a termine il suo incarico nel delicatissimo processo per la trattativa tra Stato e mafia ed è prima volato in Guatemala accettando un prestigioso incarico internazionale, per rientrare in Italia già un paio di mesi dopo ad annunciare la sua svolta politica. Preceduta da un tira e molla costellato di dichiarazioni che hanno fatto scalpore.

La divisione dei tre poteri, legislativo, esecutivo e giudiziario, è una delle garanzie fondamentali dello stato di diritto: Montesquieu docet. Il “passaggio di campo” dal potere giudiziario ai poteri legislativo ed esecutivo ha sempre fatto discutere. D’altra parte, i magistrati godono al pari di ogni altro cittadino di tutti i diritti politici. Tra cui il diritto di candidarsi ed essere eletti.

Per alcuni, il magistrato che lascia la toga è una sorta di prete spretato, o, peggio, una figura ambigua che finalmente getta la maschera. Per altri, più laicamente, è un servitore dello Stato che semplicemente decide di cambiare le modalità del prorio impegno a favore della collettività e del bene pubblico.

Nel tentativo di andare al di là delle asprezze e strumentalizzazioni della campagna elettorale, alla ricerca di  chiavi di lettura utili a delineare il quadro istituzionale entro cui collocare queste vicende, Tertium datur ha incontrato il Sostituto Procuratore di Milano Armando Spataro.

Il Sostituto Procuratore di Milano Armando Spataro



Magistrato di lungo corso (pubblico ministero dal 1975), Spataro è esperto di terrorismo interno e internazionale, di mafia e criminalità organizzata ed è stato membro del CSM. Il suo nome è legato, insieme a quello di Ferdinando Pomarici, al processo Abu Omar, che ha visto imputati (caso unico al mondo) uomini dei servizi segreti italiani e americani, per il sequestro illegale dell’Imam di Milano, fiancheggiatore del terrorismo islamico.

D: Pensando alla salute delle istituzioni democratiche, tutelate dalla separazione dei poteri in uno stato di diritto, come valuta la scelta di magistrati che lasciano la toga per fare politica?

R: Il diritto del magistrato di candidarsi è incoercibile, come per qualunque cittadino. Non c’è alcun limite nella Costituzione. Se si ritiene l’esercizio di questo diritto inopportuno per il suo ruolo pubblico e le indagini che conduce, mi chiedo perché la questione non venga posta in relazione ad altre funzioni pubbliche.

D: In particolare a chi si riferisce?

R: Ai questori, ai prefetti, ma penso anche a professioni private come quelle degli avvocati, i quali  possono contemporaneamente difendere e legiferare. Non posso non ricordare un noto avvocato che si batteva in Parlamento per l’approvazione della famosa legge sulle rogatorie utile alle eccezioni che sollevava in Tribunale nell’interesse del suo assistito. Per i magistrati, il problema semmai è quello del ritorno alla professione.

D: Sembra opinione diffusa che il magistrato non debba tornare indietro da questa scelta.

R: Non è un dato pacifico. Io ci vorrei riflettere ancora. Certo lo schierarsi per una parte politica può rendere inopportuno il ritorno alle funzioni precedentemente esercitate, che prevedono anche sul piano dell’apparenza un’assoluta indipendenza.

D: Come se ne esce?

R: Con una legge ad hoc che consenta al magistrato reduce dalla politica di essere destinato a funzioni pubbliche differenti ma dello stesso rilievo.

D: Insomma non un ritorno, ma destinazioni diverse.

R: Infatti il mio massimo apprezzamento va alla scelta di chi nel candidarsi per le elezioni politiche lascia la magistratura definitivamente, come ha fatto Grasso. Evitando così di esporsi a critiche che hanno riguardato altri.

D. L’impegno di un magistrato per una parte politica può, retroattivamente, gettare ombre sulla sua imparzialità, e sull’imparzialità della magistratura in generale? Il tema è molto caldo in questi giorni.

R: Non lo credo. In astratto non condivido questa critica. Queste posizioni così dure sono favorite da un tipo di informazione che non si sforza di distinguere e spiegare, perché fa titolo sparare a zero sui magistrati che si candidano. Bisogna vedere caso per caso.

D: Vediamo. Per esempio?

R: Per esempio, nel caso di candidature di magistrati non particolarmente noti – penso a quella di Stefano Amore (attualmente consulente giuridico al ministero dell'Economia, vicino al centrodestra con il movimento civico “Proposta per l'Italia”, n.d.r.) – è chiaro che le polemiche e le discussioni non si pongono nella stessa dimensione ed  intensità di altri casi.

D: Ma l’opinione pubblica è concentrata soprattutto su Grasso e Ingroia.

R: Infatti. E la questione sarebbe stata diversamente posta anche se avesse riguardato solo Pietro Grasso.

D: In che modo?

R: Grasso è un magistrato che ha svolto la sua funzione con competenza su tutto il territorio nazionale, ha deciso di non candidarsi in Sicilia e di andare in pensione nel momento stesso in cui chiede l’aspettativa per motivi elettorali. Se sul tappeto vi fosse solo la sua candidatura, le discussioni avrebbero avuto un indirizzo diverso.

D: Veniamo al terzo caso.

R: La candidatura di Ingroia invece ha avuto un percorso tutto particolare, accompagnata anche da duri e per me sgradevoli attacchi nei confronti di Grasso. È questo caso che a mio avviso ha fatto scattare critiche e polemiche.

D: Candidatura e attacchi peraltro preceduti da numerosi interventi e dichiarazioni.

R: Affrontiamo questo nodo, ma con rispetto per tutti, anche per Ingroia, che stimo per il suo lavoro di magistrato.

D: Affrontiamolo.

R: Certo è singolare il percorso attraverso cui il collega è arrivato alla scelta, pur legittima, di entrare in politica. Abbiamo assistito nei mesi precedenti a comportamenti e valutazioni forse già criticabili allora, che inevitabilmente assumono una luce particolare adesso.

D: Si spieghi: quali comportamenti?

R: Finchè è in atto un processo, soprattutto se è di grande rilievo e suscita interesse, il pubblico ministero che ne è titolare parla solo all’interno del processo e porta a termine il suo compito, che non finisce con la richiesta di rinvio a giudizio. Poi fa quello che vuole.

D: Invece?

R: Ingroia invece ha scelto di accettare l’offerta, molto onorevole e importante, delle Nazioni Unite, per andare in Guatemala.

D: Innescando una serie di conseguenze.

R: Un nuovo assetto dell’accusa nel processo palermitano, una delibera del CSM, un investimento delle Nazioni Unite, aspettative in Guatemala. Tutto questo… e dopo due mesi torna in Italia. Certo che lo può fare…

D: Lo può fare, ma?

R: In quanto pm, ripeto, prima di fare qualunque altra scelta, io avrei portato a termine quel processo.

D: Cosa che Ingroia non ha fatto. Ma entriamo nel merito delle sue dichiarazioni criticabili.

R: Le dure critiche alla sentenza della Corte Costituzionale (che dà ragione al Quirinale nel conflitto d’attribuzione relativo all’indagine sulla trattativa Stato-mafia n.d.r.) meravigliano, oltre che per i toni, anche perché non ne è stata ancora depositata la motivazione e se ne devono ancora apprezzare le ricadute sull’iter processuale in corso. Benchè fuori ruolo ed all’estero, sarebbe stato meglio che il collega si fosse astenuto da certi commenti.

D: Fece discutere anche l’intervento di Ingroia al congresso del Partito dei Comunisti italiani nel 2011, in cui dichiarò di non sentirsi del tutto imparziale e si definì partigiano della Costituzione.

R: Non penso che il problema fosse quello dell’espressione “partigiano della Costituzione”: la difesa ad oltranza della Costituzione compete a tutti i cittadini. Nel 2006 anch’io personalmente ho preso pubblica posizione nella campagna che ha preceduto il referendum abrogativo di una pessima riforma costituzionale da poco approvata.

D: D’accordo. Però?

R: Però il punto è aver partecipato a una riunione strettamente politica. Non era quello, cioè, un convegno sulla legalità o su temi giuridici, organizzato da un partito, nel quale il collega interveniva come “tecnico”. In tal caso le critiche sarebbero state improprie: non si rifiuta il confronto tecnico con la politica.

D: Poi va considerata anche la ricaduta mass-mediatica. L’amplificazione, l’enfasi.

R: Ecco, l’enfasi. Una certa retorica di cui io sono un po’ stanco. Presentarsi come gli unici difensori della  legalità, gli unici eredi di Falcone e Borsellino, non è una rappresentazione corretta della realtà. Si alimenta la retorica della solitudine, come se solo ad una élite toccasse contrastare la mafia mentre i poteri forti impediscono a quei pochi "combattenti" la ricerca della verità.

D: Eccessi di retorica.

R: Sì, come quando Ingroia dichiarò, a proposito della trattativa tra Stato e mafia, che i pm erano entrati in una stanza buia e competeva alle istituzioni accendere la luce. Restando nella metafora, io direi che il pm almeno una lampadina tascabile deve averla sempre con sé e andare avanti finchè c’è la luce che lui e la polizia giudiziaria riescono a creare.

D: Ma non sempre è possibile andare fino in fondo.

R: Certo, ma ciò dipende dai limiti del nostro agire di magistrati. Non siamo i moralizzatori del paese, noi cerchiamo solo le prove per i reati commessi. Se non le troviamo, il nostro ruolo si esaurisce. Toccherà ad altri, ai cittadini, esprimere giudizi di tipo etico o politico. Condivido l’affermazione di Borrelli, secondo cui il magistrato è totalmente indifferente sia alla solitudine che al consenso. A tutti può capitare di sentirsi soli, ma ciò non può mai essere un problema per il magistrato.

D: Come anche in altre professioni.

R: Assolutamente vero. Pensiamo a quanti giornalisti sono stati assassinati nel 2012. Anche la loro stella polare, la verità dei fatti, non può essere influenzata dalle condizioni in cui operano.

D: Secondo lei allora c’è un problema di narcisismo?

R: Direi di no. Talvolta c’è un’errata visione del proprio ruolo di magistrato, in buona fede. Né possiamo dimenticare che esiste anche il cosiddetto “protagonismo virtuoso”, come ebbe a dire Virginio Rognoni, che stimo moltissimo.

D: Quando il protagonismo è virtuoso?

R: Può esserci la necessità di dare informazioni ai cittadini. Ad esempio su temi come la riforma costituzionale della giustizia, quella delle intercettazioni, il processo breve, il lodo Alfano, il legittimo impedimento: snodi tecnici al centro di disegni di legge che avrebbero devastato la giustizia tra il 2006 e il 2011. Alcuni interventi, dunque, erano doverosi e furono anzi utili.

D: Ritiene che in questo periodo la credibilità della magistratura in Italia sia alta?

R: Negli ultimi anni è molto salita, grazie all’efficace azione contro le mafie e la corruzione politica in tutta Italia. Non so quali siano gli effetti delle recenti polemiche nate dalla scelta di pochi colleghi di candidarsi.

D: Qual è il contributo specifico che un magistrato può portare in politica?

R: Nel campo delle riforme della giustizia di cui tanto si parla, la competenza tecnica, ovviamente, è necessaria. Basta ricordare che dal 1989 a oggi  sono state approvate circa cento riforme del codice di procedura penale. Ma vorrei considerare anche l’aspetto dei rischi che si corrono facendo certe scelte.

D: La prego.

R: Io sono molto critico verso quei colleghi che, entrando in politica o anche assumendo le cosiddette funzioni di “fuori ruolo” presso i ministeri, sembrano dimenticare i principi ai quali hanno giurato di essere fedeli quando sono diventati magistrati.

D: Di questo si parla pochissimo.

R: È chiaro, ad esempio, che il magistrato chiamato al Ministero della giustizia non può pensare di contrapporsi alle politiche del ministro. Tuttavia per effetto di una risoluzione del CSM che personalmente contribuii a redigere, è chiaro anche che quel magistrato, pur collocato “fuori ruolo” per le sue competenze tecniche, deve preservare la sua indipendenza. Meglio tornare al proprio lavoro ordinario, cioè, che contribuire alla elaborazione di disegni di legge incompatibili con i principi costituzionali.

D: Ingroia ha dichiarato che il paese sta attraversando una fase di vera e propria emergenza democratica: lei è d’accordo?

R: Se ciò significa che la democrazia è in pericolo, no. Se si intende alludere ad una situazione anomala che vede in crisi i rapporti tra i poteri dello stato, magari con l’indebolimento di taluno di essi, allora sì. Quando il Parlamento è chiamato a esprimere troppo frequentemente la fiducia richiesta dal governo, ad esempio, significa che il Governo non ne nutre nei confronti del Parlamento (cito Eligio Resta).

D: Indebolimento del legislativo in favore dell’esecutivo. E per quanto riguarda il potere giudiziario?

R: Non ci possiamo dimenticare che due ex ministri della Giustizia, Alfano e Castelli, hanno dichiarato in tv che la democrazia è fondata su due poteri, non tre, e, forzando l’interpretazione dell’art. 104 della Costituzione, hanno parlato della Magistratura come di un ordine collocato in posizione subordinata rispetto agli altri due poteri. Questo significa mettere in dubbio la struttura stessa dell’assetto democratico, non solo di quello italiano.

D: Le chiedo un parere “tecnico”, istituzionale. Quali misure bisognerebbe mettere in atto?

Bisogna recuperare il reciproco bilanciamento ed equilibrio tra le funzioni di ogni potere. E abbandonare anche la logica delle  “riforme condivise” quando ciò allude alla ricerca di un compromesso sui principi.

D: Parliamo di riforme costituzionali.

R: Io regolamenterei l’esercizio del diritto-dovere di informazione. Penso sia necessaria, come ha scritto Luigi Ferraioli, la costituzionalizzazione del “quarto potere” (la stampa), che dovrebbe essere separato ed indipendente dagli altri tre. Non solo da quello politico (cui deve essere inibito ogni intervento nella gestione dell’informazione, soprattutto televisiva), ma anche da quello economico delle proprietà, impedendo in ogni caso gli oligopoli privati. Questa riforma potrebbe forse vincere l’emergenza democratica nel senso di cui abbiamo parlato.

D: La Presidenza della Repubblica nei sondaggi risulta da anni l’istituzione più affidabile e la più amata dagli italiani. Tuttavia ha subito in tempi recenti attacchi anche scomposti e volgari.

R: Il Presidente Napolitano ha agito in condizioni difficilissime dal punto di vista sociale e politico, adottando una scelta, quella del governo tecnico per affrontare la crisi finanziaria, coraggiosa pur se criticata da molti. Ma se anche il capo dello Stato è criticabile in democrazia, sono inaccettabili attacchi sguaiati e irrispettosi.

D: Torniamo alle candidature dei magistrati. Le dimissioni di Grasso e il suo cambiamento di ruolo non privano il paese di qualcosa di importante?

R: Sì, perdiamo qualcosa. Si perde un’esperienza, però la guadagnerà, spero, la politica. Vale però la pena dire qualcosa di specifico a proposito del ruolo di Grasso e della sua durata, che era di un altro anno e mezzo ancora: la Procura Nazionale Antimafia non conduce indagini sulla mafia, le coordina quando il coordinamento non è spontaneamente realizzato dalle Procure che indagano.

D: Funzione molto rilevante.

R: Il ruolo della PNA è molto importante ma, lo dico con rispetto verso chi lavora in quell’ufficio, non è quello centrale nella conduzione delle indagini antimafia. Può fare più danno un pm “ordinario” che lasci un’indagine delicatissima in atto. Certo, l’equilibrio e la capacità di spinta del procuratore Grasso, che io stimo molto, sono state elevatissime.

D: Se vincerà il centro-sinistra, è facile immaginarlo Ministro della Giustizia. Altrimenti, sarà un  parlamentare dell’opposizione. Quanto potrebbe fare in quel ruolo?

R: Una presenza forte anche all’opposizione è importante per la democrazia. Per evitare logiche di compromesso. Un esempio: il processo breve è un assurdo giuridico, eppure Enrico Letta (vicesegretario del PD) dichiarò alla fine del 2009 che si poteva riconoscere al Presidente del Consiglio, pur essendo per lui disdicevole avvalersene, il diritto di difendersi dal processo.

D: Anziché nel processo.

R: Un’affermazione che, fatta da uno studente durante un esame, non gli lascia molte speranze di superarlo, è stata fatta dal numero due dell’opposizione. La presenza di tecnici ancorati ai principi costituzionali che riguardano la giustizia, in una opposizione politica di qualunque colore, può essere dunque importante per la giustizia stessa.

D: Queste candidature dimostrano la forza della magistratura?

R: No, solo la sua normalità. Trovo aberrante la logica per cui il magistrato viene visto come l’eroe che lotta per il bene. E’ la normalità del nostro ruolo, invece, ad essere prevista dalla Costituzione. Ed è perciò possibile che una persona qualunque, pur se magistrato, decida di trasferire il suo impegno in Parlamento, mi auguro per logiche virtuose, e non per brama di potere e poltrone.

D: Del resto non è una novità.

R: Il Presidente Scalfaro ad esempio veniva dalla magistratura. Certo, ci sono stati anche quelli “motivati” dal desiderio di potere, ma di questi colleghi non si parla quasi mai quando si criticano i magistrati che hanno scelto di fare politica.

D: Per alcuni indicano al contrario una sorta di resa alla politica. Come a dire che non c’è abbastanza forza nell’azione della magistratura, perciò è necessaria la politica.

R: Non sono assolutamente d’accordo. Questo comporterebbe una sfiducia nel ruolo in sè della magistratura. La nostra funzione ha dei limiti, posti a garanzia di tutti e non certo per impedire la ricerca della verità. Spero proprio che nessuno dei magistrati che hanno scelto la strada della politica sia stato mosso da un senso di frustrazione.

D: Infine, una definizione di imparzialità. Sottoposta a tutti i limiti della condizione umana.

R: In relazione al ruolo del magistrato, io la identifico con la libertà di pensiero, nella capacità di saper convivere con il dubbio e dunque con la possibilità di cambiare opinione. Il pm in Italia ha per legge l’obbligo di ricercare le prove anche a favore dell’indagato. Ciò significa che deve essere davvero imparziale rispetto alla tesi che sta coltivando. A maggior ragione questo vale per il giudice, che deve essere libero da ogni condizionamento, compreso quello costituito dagli umori delle piazze.

D: Le è capitato di cambiare tesi nel corso di un processo?

R: Sì, ma per la prima volta avvenne in un processo per terrorismo. L’arringa dell’avvocato di un imputato mi aveva talmente convinto, da indurmi a capovolgere la conclusione della mia requisitoria: dopo la richiesta di condanna di un imputato, ripresi la parola per domandarne l’assoluzione. Che arrivò, forse anche per quella richiesta tardiva.

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