Tertium datur

24 Marzo Mar 2013 2211 24 marzo 2013

Rosso. Rivive in scena la pittura di Mark Rothko

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Come un monaco che chiude il mondo fuori dalla sua cella. Così il pittore Mark Rothko lavorava nel suo studio, in cui non aveva il permesso di entrare neppure la luce naturale. Rosso, la pièce di John Logan, drammaturgo e sceneggiatore (tra l’altro di Hugo Cabret, Il gladiatore, Sweeney Todd, The aviator, Skyfall), ricostruisce un momento cruciale nell’arte e nella vita del pittore americano nato in Lettonia nel 1903: nel 1958, all’artista viene offerta la commissione più ricca della seconda metà del Novecento dalla multinazionale Seagram. Si trattava di realizzare una serie di grandi pannelli (fino a circa 4 metri per 2,5) per decorare una sala del ristorante Four Seasons nel Seagram Building progettato da Philip Johnson e Mies Van der Rohe, noti infatti come Seagram murals.

Rosso con Ferdinando Bruni e Alejandro Bruni Ocana. Foto di Luca Piva © 2012



Il testo ci trasporta nello studio del maestro dell’espressionismo astratto (conosciuto per le grandi campiture di colore, che personalmente rigettava l’etichetta, riduttiva, di pittore astratto), dal momento in cui fa il suo ingresso il giovane assistente Ken, che deve svolgere le mansioni più umili di ragazzo di bottega, per i due anni successivi.

Il rapporto tra i due si sviluppa in profondità tra le aspre intemperanze e l’egocentrismo di Rothko da un lato, e l’ammirazione mai passiva (per quanto devota) di Ken dall’altro. Grazie alle magnifiche prove d’attore di Ferdinando Bruni (un intenso, straziato, arrogante e umanissimo Rothko) e Alejandro Bruni Ocaña (Ken: vitale, integro, generoso, sincero) diretti limpidamente da Francesco Frongia, prende vita l’eterno conflitto tra padre e figlio, tra maestro e allievo, che è legame e lotta al contempo: il figlio deve rispettare il padre, ma alla fine deve comunque “ammazzarlo”, superarlo, andare oltre lui per essere se stesso. È il confronto tra generazioni, anche nell’arte: come Rothko, De Kooning e Newman hanno scalzato il cubismo, i pittori della Pop art come Andy Warhol, Rauschenberg e Lichtenstein, che verranno dopo, costruiranno negli anni Sessanta una realtà artistica nuova. E da qui il terrore di Rothko dell’inadeguatezza, del fallimento, il terrore di diventare irrilevante  in vita, raccontato attraverso la visione di un celebre dipinto di Rembrandt, Il festino di Baldassarre: durante il banchetto blasfemo, la mano di Dio emerge dal nero dello sfondo buio per tracciare alcune lettere dorate, “sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato inadeguato”. E l’antitesi al nero, il contrario del nero è il rosso, questo colore così importante nell’opera di Rothko: “Di una cosa sola al mondo io ho paura, che un giorno il nero inghiotta il rosso”, che la morte inghiotta la vita. Il rosso è vita, è sangue, è colore pulsante. Non è il bianco l’opposto del nero.

E purtroppo il crescente predominio del nero nel lavoro di Rothko indicherà proprio il contrarsi  della vitalità e della speranza, fino al suicidio nel 1970.

Ma cosa è “rosso” in pittura, cosa si intende per rosso? Scarlatto? Cremisi? Prugna-gelso-magenta-borgogna-salmone-carminio-corniola? Rothko e Ken ingaggiano un formidabile duello dialettico sul rosso, non privo di ironia, che culminerà nelle risposte finali “Babbo Natale!” – “Satana!”. In effetti “attraverso il tema del rosso si costruiscono i personaggi”, come chiarisce il regista Frongia. Personaggi che – sottolinea Ferdinando Bruni - vivono una “relazione maieutica reciproca”, da cui usciranno cambiati. Ken sarà “licenziato” con un gesto che lo restituisce al mondo, alla libertà di cercare e crescere e essere se stesso. Attraverso l’autenticità dello scontro con Ken, il maestro vedrà l’incoerenza tra la sua arte e la commissione per il Four Seasons e vi rinuncerà, restituendo i soldi ricevuti (i pannelli Seagram si trovano ora alla Tate di Londra).

Ferdinando Bruni in Rosso. Foto di Luca Piva © 2012



L’arte di Rothko infatti è contemporaneamente contemplazione, forse sacerdozio, e mestiere fatto con le mani e l’antica sapienza artigianale. La sua pittura è materia e pensiero, colore e spazio sacro. Mettere il colore sulla tela per lui era il dieci per cento del lavoro.

L’artista attribuiva un’importanza forse maniacale alle condizioni di fruizione delle sue opere, per le quali auspicava la creazione di ambienti unitari nei quali non fossero esposti i dipinti di altri. La sala riservata ai suoi pannelli al Four Seasons, pur essendo uno spazio circoscritto e riservato, in quanto in ogni caso area commerciale frequentata dagli avventori di un lussuoso ristorante, era in assoluto contrasto con la dignità e l’esigenza di fruizione sacrale dei dipinti. Che sarà realizzata pienamente nella Rothko Chapel di Houston, dove però le tele sono nere.

La scrittura di Logan, estremamente efficace, scorre senza mai incagliarsi, e, attraverso i dialoghi serrati e perfettamente calibrati, si configura come una approfondita riflessione su cosa significa fare arte, sull’arte come mestiere (gli aspetti materici e artigianali, la preparazione dei colori e della tela, la tecnica antica delle velature), i condizionamenti e la necessità del mercato dell’arte, il dialogo continuo di un grande artista come Rothko con i maestri del passato (Turner, Rembrandt, Michelangelo, Matisse, Van Gogh) e il confronto con i contemporanei (Picasso, Pollock).



ROSSO

di John Logan

traduzione Matteo Colombo

con Ferdinando Bruni e Alejandro Bruni Ocaña

luci Nando Frigerio

regia, scene e costumi Francesco Frongia

produzione Teatro dell'Elfo

in tournée:

Monza, Teatro Binario 7: 23 - 24 marzo 2013

Sondrio, Sala polifunzionale don Vittorio Chiari: 25 marzo 2013

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