Uomini e mouse

21 Maggio Mag 2012 2031 21 maggio 2012

23 maggio 1992

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A maggio in Sicilia è sempre praticamente estate. E poi era un sabato, tant'è che chi come me andava a  scuola, si sentiva elettrizzato dal potere andare in giro in centro con i compagni al pomeriggio e godersi qualche zaffata di scirocco che portava quel pizzico di salsedine dal lungomare. E poi il sole.
Quando ero piccola pensavo sempre la stessa cosa: non si può morire col sole. La morte è cupa, scura, nera. Nulla a che vedere con la luce. Per questo per morire bisogna aspettare sempre dopo il tramonto. Così almeno dovrebbe essere in un mondo ragionevole.
Non sempre. Perché non sempre il mondo è ragionevole.

Quel sabato pomeriggio avevo organizzato una delle prime cene fuori in pizzeria. Un primo assaggio di libertà. I miei genitori erano in giro in macchina. Mia sorella, per fortuna, era rientrata in bus da Palermo il venerdì sera.
Nel 1992 non c'erano i cellulari: una strana libertà che oggi sembrerebbe angoscia, vuoto e senso di panico. Ma allora c'era poco da fare: bisognava fidarsi e aspettare. Aspettare l'orario di un appuntamento, una persona in ritardo, e una chiamata inchiodati davanti al telefono di casa.
Prima di entrare in pizzeria avevo trovato una cabina telefonica. Ho aspettato che i miei rientrassero a casa e ho chiamato. Per dire che avrei aspettato lì che mi venissero a prendere. Ma la voce di mio padre era normale a metà. Normale come quando è successa una cosa bruttissima che, anche se non ti riguarda da vicino e non cambierà la tua vita personale, non può non essere detta. Subito. Non può non sconvolgere certi piani e certi pensieri.  Non può non farti sentire un po' vittima di una guerra che non ti riguarda per niente.

Pochissime parole. Ci eravamo capiti subito. Hanno ammazzato Falcone in autostrada. I dettagli non servivano e al telefono tra un po' cadeva il gettone e finiva la chiamata. Che poi l'autostrada fosse saltata per aria lo avrei scoperto una volta rientrata a casa, così come il fatto che, per miracolo, in quel momento non passava nessuno. E che mio zio era rientrato mezzo'ora prima passando proprio dalla galleria di Capaci.



Ho chiuso il telefono e improvvisamente l'aria di fine maggio non era piacevole come prima. Mi aveva presa allo stomaco. E tutto mi sembrava stupido. Pure questa prima cena in pizzeria.  Nella testa di una 12enne non ci sono trame. E mille chili di tritolo non servono a fare saltare la gente in aria. Soprattutto quando di mezzo ci sono le idee.
Da quel giorno Palermo mi ha fatto paura. E' diventata un mostro, capace di fagocitarti. Mi ci sono voluti anni e la prima casa in affitto da matricola universitaria per imparare a comprendere che Palermo non era la mafia. Ma solo un posto dove le idee potevano diventare mortali.
E ho pensato a tutti quelli che Palermo non l'hanno mai vista. Ma le immagini dell'autostrada Trapani-Palermo sventrata dal tritolo sì. Chissà cos'è nella loro testa la mafia.

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