Vita da Papa

27 Agosto Ago 2013 1815 27 agosto 2013

Francesco e la pastorale di una telefonata

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Papa Bergoglio quando era Arcivescovo di Buenos Aires



“Sì pronto?”

“Buongiorno, sono Papa Francesco. Vorrei parlare con …” e segue il nome di un direttore di un’importante rivista religiosa

Ne viene dal centralista un gentile invito in romanesco  ad andare – eufemisticamente – a quel paese e a non fare più di questi scherzi.

Cinque minuti e il telefono risuona. Nel momento in cui l’impiegato ha avuto modo di cogliere un marcato accento spagnolo accompagnato da “yo soy Francesco, il Papa” per il poveretto è pensabile una reazione pari a quella del mitico direttore de “L’Osservatore Romano” Giuseppe della Torre di Sanguinetto quando dall’altra parte del ricevitore si manifestava l’augusta voce di Papa Pio XII: mettersi in ginocchio e profondersi in scuse. Il Pontefice pare aver garantito in quel caso – con grande umorismo – “che non mangiava nessuno”. Il fatto è realmente avvenuto nei mesi scorsi.

E’ questa una delle tantissime chiamate che Papa Francesco sta effettuando direttamente a amici, conoscenti, sconosciuti da quando è stato eletto Sommo Pontefice.

Le occasioni sono le più svariate: ringraziare direttamente per un dono ricevuto, un messaggio di saluti o una richiesta di preghiera. Non manca giorno che la stampa non ne dia conto con grande sorpresa e meraviglia.

Domande che trovano risposta nella stessa formazione di Papa Bergoglio. Quella  scelta di continuare a risiedere presso la Casa di Santa Marta invece che in Vaticano è un chiaro segnale – lo ha detto lui stesso – di non voler perdere il contatto con la realtà.

Lo ha spiegato lui stesso agli studenti delle scuole rette dai suoi confratelli gesuiti subito dopo la chiamata al Soglio di Pietro. Nell’indicare  - con grande humor -che la sua era una scelta anche e soprattutto “psichiatrica” egli voleva indicare il problema che colpisce tutti i grandi: la solitudine.

Anche i Papi possono essere uomini soli e la solitudine, la mancanza di contatto con il mondo può essere alquanto nociva.

E’ risaputo che Paolo VI  da Arcivescovo di Milano chiamasse ogni sera la redazione di Milano dell’ANSA per farsi raccontare da un amico giornalista cosa realmente avveniva. Consuetudine per nulla persa da Pontefice.

Il telefono è lo strumento diretto che va oltre un messaggio scritto. E’ calore, è vicinanza, è abbattere barriere.

E’ entrata nella storia la telefonata che Giovanni Paolo II fece in diretta nel corso di una puntata di “Porta a Porta” a lui dedicata per ringraziare Bruno Vespa e gli ospiti presenti.

Nei primi anni di Pontificato di Wojtyla giravano voci di sue uscite notturne per le vie di Roma vestito da semplice prete. Pio IX – prima della Breccia di Porta Pia – amava girare per Roma, parlare con la gente.

Di Papa Mastai viene ricordato un fatto alquanto singolare: visto un ragazzetto che piangeva in quanto aveva rotto la damigiana di vino che i suoi genitori gli avevano ordinato di acquistare, fermò la carrozza parlò con il ragazzo e entrato dal bottegaio comprò con il suo denaro la nuova damigiana.

Un gesto da autentico Pastore “popolare”. Così è  anche Bergoglio: diretto, immediato, schietto, senza mediazioni. Ne viene la scelta di avvalersi sì di segretari, ma che non lo vadano completamente ad assorbire. Le chiamate non vengono filtrate: l’agendina e il telefono vengono da lui gestite direttamente. Ne viene che Papa Francesco cerca e vuole un contatto diretto, senza filtri.

Questi gesti tutto vogliono essere meno che l’inutile ricerca di visibilità. Non appartengono al personaggio. Sono solo atti di amore per i suoi fedeli, per far sentire a un singolo quanto egli sia vicino a tutti. Come raccontato nelle pagine evangeliche, quando il Pastore  va alla ricerca anche di una sola pecorella.

E’ forse anche una catechesi  per qualche suo collaboratore – in Vaticano o a livello di semplice Diocesi -che in fatto di certi barocchismi e  “muri di gomma” nel far mancare risposte  non scherza per niente.

Edoardo Caprino

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