Vita da Papa

4 Ottobre Ott 2013 1429 04 ottobre 2013

Bergoglio e l'anatema contro la mondanità

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“La mondanità spirituale uccide, Uccide l’anima! Uccide le persone, uccide la Chiesa!”, un urlo, una denuncia accorata, un invito a cambiare stile di vita, alla conversione. Nella sala dove il Poverello di Assisi fisicamente si spogliò dei suoi beni per avviare la nuova vita di totale adesione a Cristo, Papa Francesco nella sua visita alla città del Santo Patrono italiano ha tuonato per invitare la Chiesa tutti – dai Cardinali al semplice fedele – a un cambiamento profondo dello stile di vita. Ha posto i fedeli di fronte alle loro responsabilità di seguaci di Cristo: la croce non può essere messa da parte, non si può dimenticare. Non si può inzuccherare l’adesione alla sposa di Cristo (la Chiesa) trasformandosi in “cristiani da pasticceria”. Così ha definito  Bergoglio quei fedeli che – in maniera farisaica – si presentano all’apparenza come ottimi seguaci di Cristo e poi all’atto pratico non lo sono. La mondanità che colpisce la Chiesa – dal più elevato Cardinale all’ultimo membro del popolo di Dio – introduce vanità, prepotenza e orgoglio. Per Papa Francesco questo è il nemico da combattere, l’idolo, il peccato più forte. Il “discorso della spoliazione” entrerà nella storia per il richiamo prepotente rivolto ai cristiani a convertirsi. Un gesto, un invito che si inserisce in perfetta scia con i moniti dei suoi predecessori. Ma in questo caso colpiscono i toni, l’ammonimento, la disperazione e la rabbia di vedere una Chiesa (in tutti i suoi uomini e seguaci) non sempre attenta a compiere la vera sequela di Cristo. Il Gesù servitore spesso non è l’esempio anche per gli autorevoli Principi della Chiesa. Bergoglio a loro ha riservato strali e richiami potenti: pastorale da aeroporto, una per tutte tra le punture lanciate.  Il grido accorato di Assisi fa il paio con gli appelli rivolti dal Palco delle Nazioni Unite dai successori di Cristo, a partire da Paolo VI. Francesco non si è ancora recato negli Stati Uniti ma si può dire che questo discorso rivolto nella città della Pace ne è degno continuatore. Con ancora negli occhi la tragedia , l’autentica vergogna, della strage di Lampedusa il Pontefice ha denunciato l’attuale mondo selvaggio che non dà lavoro, che emargina, che permette che i bambini muoiano di fame, che non permette alle famiglie di portare a casa il pane con dignità.  Nel testo predisposto ma non letto Francesco ammoniva come “il cristiano non è uno che si riempie la bocca con i poveri, no” Bergoglio chiarisce che non si è recato ad Assisi per una passerella e un richiamo mediatico ma per rendere evidente, plastico questo invito alla conversione. La spoliazione della Chiesa per il successore di Pietro consiste nell’abbondare quanto non è per Dio, non è di Dio. La mente corre alle deviazioni nella finanza condotta all’ombra del Cupolone, i fasti e le lusinghe cui spesso anche qualche Principe della Chiesa non è da meno. L’invito all’essenziale è la linea comune del messaggio che proviene da Assisi. Il Papa non ha paura di andare contro il mondo, contro la mentalità corrente. Sa che la sua sfida si può vincere solo andando a colpire radicalmente il nemico: la mondanità, l’invidia, il pettegolezzo, l’orgoglio,  l’idolatria.  Un discorso, quello di Assisi, che ha visto come sua anticipazione il ricordo dell’Enciclica “Pacem in Terris” di Giovanni XXIII di cui  ricorre il cinquantesimo di pubblicazione. Anche allora Roncalli – nel pressante e accorato invito alla pace – inserì il richiamo alle coscienze per una conversione, per un cambiamento sociale che ponesse al centro l’uomo  senza farsi idolatrare dal mercato. In questo Papa Francesco sta facendo emergere quanto già aveva denunciato a Buenos Aires: il sistema economico mondiale non va, occorre cambiarlo. Non lo dice un affascinato dal comunismo o da soluzione alla “teologia della liberazione” da lui fieramente avversate. Lo dice nel nome del Vangelo, del richiamo all’essenziale che spesso si è perso per strada. Nota a margine: gustoso lo scambio epistolare pubblicato da Il Foglio giovedì 3 ottobre 2013 tra il Direttore, Giuliano Ferrara e il Cardinale Giuseppe Versaldi, Presidente della Prefettura per gli affari economici.  Il Presule scriveva all’Elefantino per porsi a difensore del Bergoglio – pensiero. Come si sa Ferrara è stato un autentico ammiratore di Papa Benedetto XVI, ben prima della sua elezione al Soglio. Il suo quotidiano ha spesso ospitato riflessioni – non solo di Ratzinger ma anche di altri uomini di Chiesa – che altre testate si sognavano (e forse, ancora oggi, si sognano). Tra richiami alla Chiesa Madre e Maestra e indicazioni del pensiero autentico di Bergoglio nella sua risposta Ferrara fa capire che anche gli elefantini nel loro piccolo si incazzano. E al Presule non le manda a dire. Qualche esempio: “lei uomo di curia come pochi altri fa il difensore di ufficio di un Papa che un giorno o l’altro potrebbe affidarla alla gendarmeria pontificia e a farla accompagnarla alla porta di Sant’Anna. Ma mi ha preso per scemo?” E schiumante di  rabbia l’Elefantino domanda retoricamente se il suo interlocutore vuole cercarlo di erudire sull’ortodossia del Papa. Al direttore de “Il Foglio” Bergoglio non piace, non lo scalda. E’ un suo sacrosanto diritto ed è un bene che sia così visto che ormai non vi è nessuno che si allontani dall’essere un cantore del Pontefice. Vede che – a suo parere -Francesco ha preso – sulla scia di Martini – la via di un relativismo umano e un corteggiamento del mondo (probabilmente dopo il discorso di Assisi Ferrara si ricrederà). Comprensibilmente l’Elefantino chiede che non gli si venga a fare la morale. L’invito lo rivolge in primis al suo interlocutore, Presule la cui vicinanza al Cardinale Tarcisio Bertone, già Segretario di Stato vaticano, è nota avendo questa segnato ogni sua avanzata di “carriera ecclesiastica”. Tra i rumors vaticani nello “spoil system”attualmente in corso Oltretevere anche la casella di Versaldi viene data tra quelle traballanti anche perchè le sue esperienze in ambito economico non sono certo paragonabili a quelle di altre eminenti figure che negli anni hanno occupato posti di primo piano nelle caselle di potere vaticano. Un nome per tutti: Attilio Nicora. Un sommesso invito a Papa Bergoglio: dopo i dialoghi con Scalfari inviti per uno scambio di vedute l’Elefantino. Troverà in lui un interlocutore attento, preparato e non certo untuoso come certi “amici di Giobbe” che spesso popolano il Vaticano. I cortigiani e i clericali denunciati dallo stesso Francesco.



Edoardo Caprino

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