Vita da Papa

3 Gennaio Gen 2014 1631 03 gennaio 2014

Bergoglio, la vita, la grazia e il peccato

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“La vita è complessa, è fatta di grazie e di peccato. Se uno non pecca, non è un uomo”. E ancora: “un religioso che si riconosce debole e peccatore non contraddice la testimonianza…ma anzi la rafforza, e questo fa bene a tutti”. Parole di Papa Francesco pubblicate in esclusiva da “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti italiani, la più autorevole al mondo non a caso perché le bozze vengono sempre riviste dalla Segreteria di Stato vaticana. Sono le parole più evidenti che smentiscono alla radice la teoria che Eugenio Scalfari, fondatore de La Repubblica, ha voluto far passare in occasione di un editoriale pubblicato domenica 29 dicembre 2013. Per il celebre giornalista Bergoglio avrebbe – de facto – abolito il peccato. Sulle stesse colonne venerdì 3 gennaio 2014 il teologo Vito Mancuso non ha mancato di rimarcare la sua contrarietà rispetto alla tesi scalfariana. Tra i punti di forza del pensiero dello studioso – oltre al richiamo alla formula del Confiteor che si trova non a caso in apertura della Messa – il ricordo di come “il cristianesimo quanto più ci si avvicina alla luminosa sorgente del bene, tanto più aumenta la percezione dell’indegnità per il male prodotto dall’ego”. Parole che si rispecchiano nel dialogo condotto da Papa Francesco con l’Unione Superiori Generali e riassunte dal Direttore di “La Civiltà Cattolica” Padre Antonio Spadaro.

In uno dei passaggi più delicati Papa Bergoglio ha riportato all’assemblea un esempio pratico: se un giovane viene allontanato da un Istituto Religioso per problemi seri e di formazione e successivamente viene accettato in un seminario qui sorge – per il Pontefice – una problematicità. Perché – e ritorna l’eco della precedente citazione – le parole di Bergoglio suonano pesanti come pietre: “non sto parlando di persone che si riconoscono peccatori: tutti siamo peccatori, ma non tutti siamo corrotti. Si accettino i peccatori, ma non i corrotti”. Parole tremende che riportano alla mente i casi di più violenta corruzione, come la pedofilia. Tra un particolare di “colore” – come la bevuta di un mate, la tipica bevanda argentina – che ha caratterizzato l’incontro con i Superiori Generali – e riflessioni personali emergono in occasione di questo colloquio pubblicato da “La Civiltà Cattolica” ulteriori particolari che arricchiscono la presa d’atto del “Bergoglio-pensiero”. La comprensione della realtà per Papa Francesco si rende più verace se effettuata dalla periferia (e l’espressione – è facile intuirlo – è frutto della sua personale esperienza argentina) e questa presa d’atto viene ulteriormente favorita dal contatto reale con i poveri. Per far questo Papa Francesco non esita a citare Padre Arrupe, il celebre numero uno gesuita che ebbe non pochi problemi con il Vaticano per le sue visioni “progressiste” (sino al celebre “commissariamento” dell’Ordine). Rispetto ai giovani e alle modalità per attrarli alla fede Francesco invita a utilizzare un linguaggio nuovo, di nuove modalità attraverso le quali far giungere il messaggio. Ritornano alla mente le parole dell’Omelia pronunciata venerdì 3 gennaio 2014 in occasione della ricorrenza del Santissimo Nome di Gesù celebrata presso la Chiesa di Gesù a Roma da Bergoglio. In questo contesto il Vescovo di Roma ha schiettamente rimarcato come “mi viene da pensare alla tentazione, che forse possiamo avere noi e che tanti hanno, di collegare l’annunzio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna”. Al contrario esso si annuncia “con dolcezza, con fraternità, con amore”. Tornando al dialogo con i Superiori Generali Papa Francesco ha utilizzato una delle sue celebri immagini per illustrare il dono del carisma. Esso “non è una bottiglia di acqua distillata” ed è per questo che occorre viverlo con energia anche a rischio di errori, ma per essi – lo ricorda Francesco –occorre chiedere perdono. Nel lungo dialogo non sono mancati temi spinosi come il ricordo della denuncia dei Vescovi delle Filippine in occasione del Sinodo Ordinario sulla vita consacrata rispetto alla deprecabile “tratta delle novizie” generato dall’arrivo in massa di Congregazioni aventi come obiettivo la raccolta di vocazioni per il Vecchio Continente. Se la vita religiosa per Bergoglio non può essere rifugio e consolazione tanto più occorre puntare a una formazione dei giovani che eviti ipocrisie clericaliste identificate non a caso come tra i mali più terribili all’interno della Chiesa. Le tentazioni all’interno della Chiesa sono chiare a Papa Francesco: tra quelle più perniciose la critica per soddisfazione personale o per provocare un vantaggio personale. Per questi casi il Successore di Roma non si fa velo che possa essere necessario uno psicologo. La volontà espressa di rivedere i criteri attualmente in atto che regolano i rapporti tra Vescovi e religiosi nella Chiesa è un passo in avanti nella riforma della Chiesa che Papa Bergoglio ha anticipato. Un aiuto ad entrambe le realtà – comunità religiose e Vescovi – a vivere appieno i rispettivi carismi e l’impegno per la Chiesa e i fedeli. L’annuncio che il 2015 sarà un anno dedicato alla vita consacrata completa il denso colloquio del Pontefice con i Superiori Generali. Una Chiesa -quella che ha in mente Bergoglio- che mantiene le sue radici profonde, che non porta avanti mirabolanti “rivoluzioni” o abbandoni di percorso ma che è pronta ad adattare il proprio linguaggio ai tempi che si stanno vivendo. E’ bene allo stesso tempo rimarcare l’importanza di figure come Scalfari che si pongono criticamente offrendo – dalla loro posizione di laici – un contributo originale che porta il fedele a riflettere generando dibattito, unico strumento di crescita vicendevole tra credente e non credente. Al netto di eventuali errori storici su figure elevate agli altari (vedi alla voce S. Ignazio di Loyola e S. Pietro Favre) realizzati nella stesura di pensosi editoriali domenicali.

Edoardo Caprino

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