Vita da Papa

25 Aprile Apr 2014 2321 25 aprile 2014

Roncalli, Wojtyla. Quando la Chiesa è in sintonia con il cuore dell'uomo

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Vi è la necessità di portare agli altari i successori di Pietro? E’ utile canonizzare i Pontefici che si sono succeduti nel tempo? Per quelli esclusi non si rischia una discriminazione? Sono le domande che si rincorrono da diverso tempo, ogni qualvolta la Chiesa decide di beatificare o canonizzare un Papa. In questa particolare - unica nella storia - occasione – due Vicari di Cristo promossi insieme Santi – queste questioni sono passate in secondo piano perché la scelta di Francesco risulta essere in piena aderenza con il desiderio e il cuore dei fedeli (e non solo) sparsi nei cinque Continenti. Giovanni XXIII – il Papa buono – e Giovanni Paolo II sono i Pontefici più presenti nell’odierna pietà popolare. Le vecchie immaginette di Roncalli o il volantino di Confcommercio con l’immagine di Papa Wojtyla editato per il lutto nazionale indetto in occasione dei funerali troneggiano ancora oggi in più di un esercizio pubblico. A loro si sta affiancando - in questo breve lasso di tempo- l’immagine di Papa Francesco (al netto delle varie Santa Rita e Padre Pio). Si deve quindi cogliere un particolare significato da tutto questo? No di certo, salvo una rispondenza di cuore dei più semplici tra i fedeli (e, ribadiamo, non credenti). Bergoglio ha voluto sancire – e per Giovanni Paolo II bruciare le tappe – quello che il popolo in cuor suo già sentiva. Roncalli prima e Wojtyla dopo erano e sono santi, ossia autentici testimoni di Cristo in terra. Non poteva essere che così anche con Papa Benedetto XVI che dovette raccogliere la pesante eredità del Pontefice polacco. Quelle esequie accompagnate dall’incessante grido “santo subito” non lasciarono indifferente l’ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede nonché amico e confidente del successore di Paolo VI. Con la canonizzazione di domenica 27 aprile 2014 il mondo avrà la possibilità di venerare come santi due autentici testimoni della fede, due veri profeti capaci di andare oltre facili convenienze. Giovanni XXIII lega il suo nome all’intuizione e all’apertura del Concilio Vaticano II, un momento storico che si rivelò autentico spartiacque per la vita della Chiesa. Nessuna rivoluzione, ma adattamento dell’annuncio evangelico ai tempi moderni. La sua figura umana, le sue attenzioni verso gli ultimi e i più deboli – si pensi solo alla visita al Carcere di Roma – lo hanno reso in pochi anni di Pontificato l’autentico predecessore dello stile che Francesco in un anno e poco più di Pontificato sta imprimendo nella storia della Chiesa e del Mondo. Giovanni Paolo II è l’uomo che, venendo dall’est, ha permesso la caduta del comunismo, ha annunciato il Vangelo in ogni dove del Globo, ha saputo utilizzare – senza farsi piegare –i nuovi mezzi di comunicazione sociale – per portare la Parola di Dio. Anche questo aspetto è comune con Bergoglio il quale vede il legame con il Papa polacco ancora più forte in quanto da lui voluto Arcivescovo di Buenos Aires e da lui è stato creato Cardinale. Rivedere scorrere le immagini del Pontificato di Wojtyla lascia impressionati rispetto a quanti gesti, quanti momenti, quanti incontri sono a lui legati. La testimonianza più impressionante di quest’uomo è forse legata al suo ultimo periodo di vita, a quella malattia che lo ha piano piano portato alla morte. Si pensi agli ultimi viaggi fuori dal Vaticano, in particolare Lourdes. Quella scelta – lui infermo e malato – di voler abitare nell’accueil che normalmente ospita i malati che partecipano ai Pellegrinaggi ai piedi della Grotta. Quella sua preghiera inginocchiato di fronte alla stessa Grotta delle Apparizioni, con tutti i dolori e con quel gesto di attaccarsi con tutte le forze all’inginocchiatoio per non cadere. Se prima di Giovanni Paolo II della salute dei Pontefici poco o nulla il Popolo di Dio veniva a sapere, con il Papa polacco il Policlinico Gemelli è diventato il “Vaticano III” (dopo il Vaticano e Castelgandolfo, come con ironia lo stesso Wojtyla spiegò in occasione di uno dei suoi ricoveri) e della sua sofferenza il mondo è stato commosso testimone. Quelle immagini dal balcone di Piazza San Pietro in cui disperatamente cercava di trovare la forza per parlare, per benedire la folla pochi giorni prima di morire hanno impressionato e fatto comprendere che di fronte si aveva la testimonianza di un autentico martire della fede. Doveva lasciare la guida della Chiesa visto l’evidente stato di impedimento? La domanda si rende ancora più legittima dopo il rivoluzionario gesto compiuto dal suo successore, Benedetto XVI. La risposta però non è semplice: per il governo della Chiesa forse sì – visto che ormai da anni la Curia romana andava avanti senza più un suo attento e costante controllo, anche se quel bosco e sottobosco di potere mai lo ha particolarmente appassionato neanche nei primi anni di Pontificato - , per offrire una testimonianza di fede al mondo forse no. La commozione che colpì il mondo in occasione della sua morte è un evento che ancora oggi lascia senza fiato. Sono emersi autorevoli dubbi all’interno della Chiesa sulla necessità di elevare agli altari Giovanni Paolo II, si veda alla voce Carlo Maria Martini. Posizioni e punti di vista importanti ma non risolutivi. Non tutto quanto è avvenuto sotto questo Pontificato risulta esente da pagine discutibili. Due esempi: la vicenda IOR-Banco Ambrosiano e la crescita di importanza di figure turpi e discutibili come il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado. Ma tutto questo passa in secondo, terzo piano di fronte a un uomo che ha saputo parlare al cuore di ognuno come fece prima di lui Roncalli e ora Francesco. Ma è bene, per onestà e correttezza, ricordare come alla Chiesa servano figure forse meno capaci di scaldare nell’immediato i cuori ma che hanno – o hanno avuto – la forza di affrontare situazioni difficili, angosciose portando un autentico contributo di pensiero, studio e testimonianza. Dovrà quindi giungere – quanto prima – una piena comprensione della figura di un Papa quanto incompreso quanto straordinario come Paolo VI, oltre che di Benedetto XVI. Non è giusto che questo autentico testimone di fede possa essere ricordato solo per lo straordinario gesto compiuto – la rinuncia al trono di Pietro – dimenticando i suoi insegnamenti come Vicario di Cristo. E’ uno sforzo che deve compiere, prima ancora degli stessi uomini di Chiesa, il popolo dei credenti.

Edoardo Caprino

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