Vita da precaria

17 Febbraio Feb 2014 1449 17 febbraio 2014

I Professori dai pantaloni rosa

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Violenza, tentati stupri, baby squillo, droga, suicidi, la Scuola è diventata anche questo. E' di pochi giorni la notizia che il Preside, dei professori e dei ragazzi sono stati indagati per istigazione al suicidio di Andrea, il ragazzo dai pantaloni rosa. L'imputazione: non hanno saputo aiutare il ragazzo in un momento difficile, quando era in preda dalla derisioni dei suoi compagni solo perché ai loro occhi sembrava diverso. Un pantalone rosa, lo smalto alle unghie...Non mi interessa in cosa era diverso Andrea ma essere diversi è sinonimo di persona libera e viva. Andrea non ha retto all'impatto con il mondo, con l'altro, con quello che ti guarda. Gli altri che non sono capaci di pensare in maniera tale da superare l’apparenza, ad ascoltare il loro corpo, le loro emozioni, la loro anima che soffre. Io, insegnante di Musica ho 220 ragazzi dai pantaloni rosa, ognuno di loro ha dentro di sé un mondo che lo sta stravolgendo e nello stesso istante lo potrebbe far sfiorire o far sbocciare in questa adolescenza bruciata dal vuoto e dalla mancanza di passioni. Il bullo come il ragazzo disabile, la ragazza con qualche chilo di troppo e il ragazzo rom, le ragazze che si tagliano e nei loro tagli c’è tutto il loro mondo violato, i ragazzi che si puniscono con il cibo, i ragazzi con problemi familiari, con problemi caratteriali, ragazzi dislessici o disgrafici, discalculici, ragazzi adottati, extracomunitari che si ritrovano a 15 anni in seconda media senza sapere una parola di italiano e potrei riempire una pagina di problemi con cui noi insegnanti ci troviamo ogni giorno a tentare nei nostri limiti umani di rendere più lievi, più sopportabili le follie di una realtà insopportabile. Nell'attesa che la maledetta adolescenza passi in fretta e che questo umanità si accorga di loro. Ma non dimentichiamo anche ragazzi che si suicidano che non hanno mai portato i pantaloni rosa, quelli che si dimenticano in fretta: forse perché le accuse non sono riuscite a giustificare il dolore, quel dolore così forte che recide le lacrime. Queste tragedie non sono da imputare agli insegnanti, esseri umani che lavorano in condizioni che solo una persona che lo fa di mestiere può sapere cosa si prova, ma a chi ha ridotto la Scuola in questo Stato. Il tempo, ci manca il tempo di parlare, perché quello che abbiamo è già stato occupato da test,

, compilare registri elettronici, e fare corsi di sicurezza. Ma corsi per sopravvivere a questo mondo non si fanno, si praticano in campo e non bastano le nostre parole a chi cerca di resistere e non urla mai, a chi una volta a casa dichiara che la morte è meglio di questa civiltà. Anche noi portiamo i pantaloni rosa ogni mattina quando ci svegliamo e ancora ostinatamente crediamo nella cultura, nella differenza delle opinioni, in una scuola che formi e non deformi, nelle idee chiare dei giovani che cambiano quando incontrano le prime porte sbattute in faccia. Vorremmo avere la possibilità di indossarli insieme a loro quei pantaloni rosa, e di esserne fieri, ma ci hanno levato il tempo e l'hanno levato soprattutto ai ragazzi: questo non è paese per insegnanti e né per giovani. Quante volte, noi insegnanti dai pantaloni rosa, torniamo a casa e con determinazione ci tagliamo la gola, o ci scoliamo l'ultimo goccio della bottiglia comprata il giorno prima per nasconderci da noi stessi e dai nostri sogni. Ma per noi, mai nessuna parola, le nostre morti, e i nostri fantasmi che ci accompagnano, non interessano a nessuno. Le televisioni fanno più ascolto se si parla di baby-doccia, o di spaccio davanti a scuola. E un'ora dopo trasmettono bambini truccati da grandi, non rendendosi conto ( ?), che questa è un'altra violenza indotta ai ragazzi, più subdola, meno cruenta alla vista, ma devastante per la loro vita psicologica e sociale. Bambini scaraventati nella scatola mediatica che ipnotizza ogni sera e trasfigura per pochi mesi la vita di un giovane. La stessa che poi lo ributta nelle vecchie scartoffie, e lo rimpiazza con ragazzi più ignorati e più sguaiati. Li vedi vestiti e truccati con abiti da circo, con la claque in sala composta da famiglie piangenti che inneggiano al loro Santo preferito, con la giuria che capisce di musica meno di un bradipo a Le Mans, un direttore d'orchestra che fa i salti mortali per tentare di coprire quelle crudeltà che escono da quelle boccucce di rosa. Stonati, incapaci (ovviamente) di capire quello che stanno dicendo, un inglese che farebbe impallidire un italiano che si esprime con i gesti in qualsiasi parte del mondo. E tutti felici, l'audience vola, i bambini piangono dalla gioia e così la nonna Pierina di Bussolengo a cui dedicano immancabilmente la puntata. In un trionfo di volgarità. E non sanno che la punizione che avranno davanti a loro, è la vita interrotta da luci che riflettono mostri senza identità. Ma questa è la vita che ci fanno vivere, non pensando al dolore e allo stupro che giornalmente eseguono da fini aguzzini. E la colpa è sempre della scuola. Ridateci il tempo per farli cantare i vostri figli, educandoli e non facendone un clown triste in attesa di un sorriso da genitori che pensano di avere figli straordinari. I figli, i nostri studenti sono tutti eccezionali, dobbiamo solo ascoltarli e non consegnare telecomandi, non farli inseguire il successo ma l'onestà dei loro dubbi, guidarli senza togliere loro la sfida della conquista e soprattutto amarli per come sono. Solo perché esistono e sono ragazzi a cui, una vita senza memoria e senza identità, ha tolto loro il tempo di essere giovani.

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