Vita da precaria

17 Marzo Mar 2014 1528 17 marzo 2014

C'era una volta Don Milani. Ora abbiamo Don Mazzi

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Nella mia vita di donna, madre, insegnante mi sono imbatuta in tanti Don che mi hanno fatto fermare, riflettere, pensare. Il mio amore per Don Gallo che provava vergogna quando incontrava i poveri e fratelli che a fatica riuscivano a rimediare una tazza di brodo caldo la sera. Non c'era volta non si ponesse in conflitto di fronte ai giovani precari, ai disoccupati al loro dolore. Il loro dolore era il suo, perché aveva capito che quel Dio a cui lui credeva era dentro le loro piaghe e il pane quotidiano, con loro lo spezzava volentieri-testimoni sconosciuti e nascosti agli occhi del mondo-. Poi ho letto Don Paolo Farinella che da vero uomo di fede, indica l'orrore della nostra società e non ha paura di fare nomi e cognomi, di tirare in ballo le più alte cariche ecclesiastiche e fare le domande che noi, uomini e donne che ultimamente assistiamo passivamente al fragore di una realtà che non vuole renderci protagonisti e cittadini attivi, vorremmo fare. Sembra una magia, ma con colpi di prestigio, ci hanno reso muti e crudelmente testimoni oculari di un fango che ha ricoperto non solo la nostra generazione ma un'epoca difficilmente cancellabile. E insieme a lui ricordo Don Tonino Bello che aveva capito che dal nostro mutismo si poteva solo guarire camminando insieme, incominciando dalla casa di fronte alla nostra. Quella dove chiudono le persiane per non far uscire la disperazione di una solitudine potente quanto la sofferenza. La verità di questa immunodeficienza provocata da quest'oblio in cui siamo stati calati e a cui hanno posto come un boia lobotomizzato, una politica sbagliata, priva di alcun valore sociale, solidale e autentica. Don Tonino ci pregava di parlare, perché delle nostre parole dobbiamo rendere conto agli uomini, ma dei nostri silenzi dobbiamo rendere conto a quel Dio che se esiste o no, ora ne avremmo veramente bisogno. Credeva nell'"esercito" dei poveri senza armi, quelli che vendono qualche pezzo di corpo su e-bay per mangiare. Li chiamava "esercito" solo per invitarli alla diserzione, all'insubordinazione di fronte al dileggio dell'umanità trasformata in slide e apparenze senza profondità. Quando ho letto di Don Puglisi mi sono quasi vergognata di non essere con lui nella difesa dei bambini, nel coraggio della denuncia e nella forza di non aver paura di nessuno. Lui non aveva paura neanche di Mangano l'uomo che negli anni '70 aveva lavorato per Berlusconi ad Arcore come stalliere e doveva riferire al Cavaliere le richieste che Cosa Nostra voleva affidare al suo nuovo governo, che da lì a poco avrebbe vinto le elezioni a sorpresa. Non gli faceva paura neanche quel tale Spatuzza che oggi dichiara :" Il boss Giuseppe Graviano, nel '94, mi ha indicato in Berlusconi e Dell'Utri i suoi nuovi referenti politici" Proprio quello che con tre colpi alla nuca lo assassinò davanti alla sua casa per paura che gli togliesse dalla rete della criminalità organizzata , bambini e bambine già dediti alla vendita di stupefacenti e alla vendita del loro corpo. Quando arrivò alle spalle come tutti i vigliacchi che sporcano con il loro essere una terra meravigliosa come la Sicilia, Don Puglisi, sorrise e disse:"Me lo aspettavo". Nessun cedimento, nessuna paura. Non è da uomini giusti avere paura della verità, anche se sanno che la loro vita sarà breve e diventerà scudo umano per proteggere la sua gente, noi, quello che resta dell'umanità. Don Puglisi insegnava e parlava di mafia in maniera capillare, rimboccandosi le maniche nel quartiere di Brancaccio perché credeva negli adolescenti, e perché un'azione pedagogica mirata e fatta "uno ad uno", potesse risvegliare qualche coscienza destinata ad una morte senza una vita da poter ricordare. Ma il Don che più mi ha illuminato nel corso della mia vita è quel pretaccio rude e infinitamente intelligente, quello che diceva :" “La scuola siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi sul filo del rasoio: da un lato formare il loro senso della legalità, dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè di senso politico”. Il mio caro Don Milani che se oggi sentisse le parole di un altro Don ma che di cognome fa Mazzi, potrebbe dire: "Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto". Don Mazzi, il Don che la televisione ama, quello che non porta tonaca ma maglioni firmati, il confessore e il mentore di persone deflagrate dall'onnipotenza alla comunità, scrittore di piccole regole per genitori d'oggi, dovrebbe sentirsi responsabile delle sue parole concesse in un'intervista a Klaus Davi, dove spiega in maniera chiara la sua fede: "Sarei capace di perdonare chi ammazza qualcuno se chiede il perdono, ma un magistrato che ha in mano un potere così forte e che lo usa solo per suo interesse, commette un peccato grave. Non capisco perché si possano usare attenuanti nei riguardi di pedofili e assassini seriali, e poi ci si accanisca contro Berlusconi ". Don Mazzi non può perdonare i Magistrati, la Magistratura di Milano, quella invasa dagli amici del capo diretta dall'allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano contro il loro lavoro, quelli che in questi anni ci hanno rivelato tutte le menzogne del Cavaliere avvallate in Parlamento e giurate sulla Costituzione: evasioni fiscali, sfruttamento alla prostituzione, leggi ad personam, acquisto di Senatori, Consiglieri Regionali addestrate a maitresse, cene eleganti e bunga-bunga. A questo punto vorrei sapere da Lei Don Mazzi cos'è il perdono. Mi ricordo ancora Rosa Schifani moglie dell'agente morto per proteggere il giudice Falcone quando ha parlato di perdono. Rosa disse:" Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro , ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c'è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare...Ma loro non cambiano...loro non vogliono cambiare.." Ecco cos'è il perdono, Don Mazzi, lei non perdona e perdona chi non ha la capacità e l'umiltà di guardarsi allo specchio, di ammettere, di chiedere scusa, di scontare la pena per aver offeso e diffamato tutti noi italiani, di smettere, di farci finire l'incubo del suo arrogante edonismo, della sua infinita maschera che cola come un teatrante quando lo stesso corpo si rifiuta di interpretare la parte del Re nudo. Ma Lei dovrebbe saperlo bene come uomo di fede cos'è il perdono, e sapere che colui che lei porta in croce sul suo maglioncino, ha fatto del perdono la più grande idea di comunità. Nelle sue Messe chissà quante volte avrà recitato la parabola di Gesù, quella del fariseo e il romano nel Tempio:"Il romano:" O Dio, abbi pietà di me peccatore. E Gesù:" Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato » Lei Don Mazzi, mi ricorda una protagonista dei Promessi Sposi, Donna Prassede. Non crede mai all'innocenza ed ha un'idea meschina della giustizia di Dio. Interpreta alla rovescia la morale cattolica e ne fa una tutta sua. Dove i metodi, i modi e le parole allontanano più che unire. Sa Don Mazzi c'è stato un Don Milani ed è proprio vero che l'abito non fa il monaco. Don Milani aveva la tonaca sporca di passione, Lei non la usa. Potrebbe macchiarsi.

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