Vita da precaria

4 Marzo Mar 2016 1730 04 marzo 2016

La Scuola che vorrei

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"Quando avete buttato nel mondo di oggi un ragazzo senza istruzione avete buttato in cielo un passerotto senz'ali."

DON MILANI

La Scuola che vorrei.

Ai bambini, ragazzi, ai miei studenti quelli che vedo ogni giorno, vorrei insegnare i veri valori della vita, quei valori che la strada mi ha insegnato attraverso inaudite salite, quasi sempre non preceduti da discese facili. Ai miei studenti vorrei insegnare a non guardare dietro le tende della loro vita, ma a scostarle e guardare fuori, aprirle e sognare di volare. Volare sopra tutte le convenzioni, l’ipocrisia, il falso buonismo, volare sopra al razzismo, insegnare loro a sfondare i muri, quelli costruiti per non farli godere di tutto l’orizzonte. Vorrei che fossero loro stessi, senza essere sagome già costruite da mani che non hanno mai obiettato, mani che non si sono mai alzate per fermare questo mondo che antepone i propri interessi a quelli della collettività. I ragazzi, i miei cari ragazzi, a cui questa giostra impazzita reprime le loro ore più belle e più importanti. Vorrei volare insieme a loro, per guardare dall’alto quello che succede nei loro occhi così abituati a essere bendati, svuotati dalla commozione, dal rispetto, dalla condivisione, dalla tenerezza. Vorrei riportarli nelle favole, quelle che ora non si raccontano più perché non c’è più tempo per le parole. E le parole fanno cose, ma spesso ce ne dimentichiamo. Vorrei portarli insieme a me, camminando lungo i bordi della via, dove muoiono sdraiati al sole, anime che sono state già coperte con verdetti efferati. Vorrei curiosare nelle loro espressioni mentre guardano due persone che si amano anche se hanno un colore di pelle diverso, o occhi così puri, da non avvedersi che la gente li trasforma in eterni personaggi di un limbo irreale. Li porterei, volando, a salutare quel bambino dello Sri Lanka accusato ingiustamente di avere l’AIDS ed escluso da tutte le scuole, li farei disegnare insieme a lui su una spiaggia circondata dal sole. Vorrei che sentissero come è bello giocare a basket con persone che da quando sono nati, hanno imparato ad usare più il loro sorriso che le loro gambe. Li vorrei esploratori di libri, quelli che hanno quel sapore vero della magia dell’avventura, delle scoperte, della poesia, del colore. Li vorrei conquistatori di terre libere, incontaminate da manichini dipinti da essere umani. Li vorrei costruttori di un’Italia diversa, un’Italia che deve riprendersi la propria indipendenza da chi non dà opportunità, tolleranza. Li vorrei vedere contrapporsi, controbattere, contrastare, contraddire chi li vorrebbe già destinati ad un futuro che ha lo stesso sapore dell’amarezza. Li vorrei vedere combattere per il senso morale, quello che anima la nostra Costituzione così distrattamente dimenticata tra i libri che non si leggono più. Li vorrei vedere uniti ai deboli, ai poveri per risvegliare coscienze assopite dall’inerzia del perbenismo. Vorrei che comunicassero e discutessero per dare un senso alle loro domande, a quella ricerca che deve animare l’essere non declinandolo nell’avere. Abbiamo allontanato da noi quella verità sacra - il bambino è cultura, è sapienza-, quella che si impara dai giochi, dalla creazione dalla fantasia, sostituendo la loro intuizione con surrogati prodotti dalla fretta del non vivere. La cultura è dono e la Scuola deve essere il suo Tempio. Una Scuola dove si impara ad amare le proprie debolezze, le proprie sconfitte, a sentirle ed ascoltarle, non per delegittimarle, ma per poterle trasformare in un’evoluzione della persona. E così poco alla volta si supereranno i limiti apparenti, quelli che un sistema contro natura ha deciso di marchiare con matite rosse, voti inappellabili, giudizi senza scampo. Vorrei tanto nella Scuola dei miei ragazzi, il trionfo della pace e della non violenza, un cartello da non appendere come un quadro polveroso, ma un enorme parete dove possano scrivere l’Art.11 della nostra Costituzione e poterlo leggere ogni volta i loro occhi cadono sulle guerre intelligenti, sulle bombe amiche, sui donne ammazzate, su bambini abusati, su delitti che popolano i pomeriggi in ogni casa. Quei pomeriggi assenti del baloccarsi nello svago, nella sana ricreazione, ai momenti di dialogo da spartire tra una partita di calcio e un gelato rubato alla primavera. Perché abbiamo fatto perdere ai nostri ragazzi il senso delle piccole cose, quelle che costruiscono l’apprendimento, il conoscere, la libertà, la comunicazione, la testimonianza. Vorrei difendere i miei ragazzi dalla paura, che si sta impadronendo di tutti, facendosene scudo per timore dell’altro, non sapendo che l’altro è parte di noi. Li difenderei dalle braccia, dagli occhi, dalle gambe sradicati dalla loro realtà. E soprattutto dal cervello dei conformisti. Quello che accompagna la Scuola per nozionismo, dell’autorità confezionata, atta a far vivere solo le singole "anime" e non diventare articolazioni di un'"anima collettiva". Vorrei una Scuola empatica che partecipi ai diritti di tutti per difendere i ragazzi più fragili, una Scuola che assomigli a quella cascina di Don Milani dove solo con l’amore si riusciva a scoprire la vita. Vorrei una Scuola che possa mantenere il coraggio delle lacrime senza paura di apparire deboli. Vorrei che i nonni entrassero nelle nostre aule per ricordare il nostro passato che è presente e futuro. Vorrei far capir loro, che la paura è tutta la vita che non viviamo, in un pianeta abitato da miliardi di persone le cui dita sfiorano più cellulari che corpi. Vorrei uccidere per loro, questo modello di società noleggiata, perché è il solo modo di cambiarla, oramai. Lo vorrei per i miei ragazzi, per i miei studenti, perché non abbiano una vita per la quale non hanno mai combattuto.