Vita da precaria

19 Marzo Mar 2016 1518 19 marzo 2016

E io sono ancora figlia tua, papà

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E se tu non mi avessi preso per mano quel pomeriggio di tanti anni fa, ora non sarei qui a ringraziarti per avermi reso libera. Fu l’unica volta che ti sei imposto nella mia vita, una volta sola, ma la più importante. Quando con la tua mano grande e bellissima hai preso la mia, piccola e grassottella. Mi portavi a lezioni di pianoforte. Non avrei mai creduto che da quelle lacrime potesse nascere il mio destino. Tu contro tutti. Contro lo sguardo di una sorte che mi aveva già reso troppo grande. Una bambina e una famiglia bellissima, finché improvvisamente il dolore non si impossessò di noi, come una tromba d’aria. E come uno tsunami riporta a riva solo i cadaveri, io ne rimasi indenne. Una famiglia assolutamente normale con un padre emigrante che si portava la famiglia come uno zaino sulle spalle, immenso nella sua umanità. Un piccolo orfano, abbandonato da una madre amante dell’amore più che dell’ essere madre. Ti mise alla porta, lasciando il marito, un farmacista evidentemente troppo buono e troppo comprensivo per quei tempi, e se ne andò. Non mi hai mai raccontato nulla, né del tuo peregrinare da una casa all’altra – parenti accoglienti fino al punto in cui uno scugnizzo non puzza- e non hai raccontato mai, che sei cresciuto solo con il tuo mare, mangiando pesci crudi per non dover chieder nulla a nessuno. Non mi hai mai detto che non hai avuto consigli, abbracci, carezze. Ma non hai mai buttato la tua vita tra le onde della tua Calabria. Mai una parola venne fuori dalla tua bocca contro qualcuno, mai hai detto che non sei stato amato, che non avevi mai avuto una tua stanza dove fantasticare la tua via già segnata. Ti sei arruolato in marina per sconfiggere il tuo vuoto, e attraverso un oblò hai incontrato una ragazza bionda, appena quindicenne con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Frutto di un incrocio normanno e la passione del sud. Le giurasti che l’avresti sposata, e lei, figlia di una famiglia borghese bigotta e severa, ti aspettò dopo che ti diplomasti. La sposasti un mercoledì, un giorno come tanti, senza le grandi feste che si fanno in meridione per un matrimonio, in una chiesa che diede la forza a mamma per la tua partenza. La guerra, il giorno dopo. E furono tutti “giorni dopo” per la nostra famiglia, che si ingrandiva di più ad ogni ritorno a casa del marinaio dagli occhi grigi. Sono arrivati cinque bocche che cantavano filastrocche di quella nonna vestita di nero, curva e con il bastone, quella che baciava ancora la mano al marito quando tornava a casa. Io nacqui figlia dell’immigrazione, delle fredde pianure padane, dell’emarginazione per i figli del grande Sud, della casa senza riscaldamento e del dialetto stretto che ci faceva sentire ancora più soli. Ho respirato sempre quell’aria mai sentita veramente mia, mai sentita materna. Il mio unico rimpianto è ancora di non aver notti calde da ricordare. Poi mi avete svegliato una notte, all’improvviso. Era una notte d’estate, umida e afosa come lo sono solo le notti del fortunato Nord-Est. Ho aperto gli occhi dal rumore del pianto, e ho visto mia sorella accasciata per terra, luci accese e la mia giovane mamma che si chinava verso i miei occhi che non volevano vedere. Mi urlò con le mani tra le lacrime:” Pino è morto!” Io non capì subito, capì che dovevo piangere, che dovevo stare buona. Pino non sarebbe più tornato ad accarezzarmi i lunghi capelli biondi e non mi avrebbe più portato l’acqua la notte, quando lo chiamavo al posto di chiamare te, papà. Forse non sapevo che da lì il dolore mi avrebbe rincorso tutta la vita. La mia famiglia, divenne sempre più piccola e alla fine, rimasi solo io. Io te e mamma, a spartire quella fetta di orrore troppo grande per noi. Fu difficile per me, l’ultima figlia nata per caso, rimanere sola. Mi mancavano i miei fratelli: le loro parole, i loro amici, le loro liti, sentirmi bambina. Ormai ero già oltre il tempo massimo per vivere la mia infanzia. Suonavo il pianoforte, quello che avevi comperato a rate, come è stata tutta la nostra vita. Sono diventata brava, sono diventata insegnante, sono diventato quello che tu vedevi in quella piccola mano che stringevi stretta. Sapevi che nella Scuola avrei trovato quello che la vita mi aveva tolto, sapevi che sarei andata a piantare bandiere di democrazia, di uguaglianza e di libertà. I miei figli, hanno sempre saputo che non sarei mai stata una mamma come le altre. Non ho mai raccontato favole e non li ho portati al parco giochi: ma ho insegnato loro a discutere, a dissentire, ad alimentare i dubbi, ad esprimere un’opinione e credere fino in fondo alla loro unicità. A credere che non c’è guerra più grande della mancanza di solidarietà, della comprensione e del non ascoltare. Hanno capito che non deve esistere una persona che arriva prima degli altri, e neanche un ultimo che cade davanti ad ostacoli che non può spostare. Hanno capito che il compito di essere uomini è quello di arrivare insieme per un progetto che comprenda ogni voce e espressioni diverse. Condivisione, partecipazione, scelta, libertà. Parole che tu papà mi hai insegnato e ora imbocco ai miei studenti, dopo averlo fatto con i miei figli.
L’ultima volta che ti ho visto eri su una barella con il tuo cappotto vecchio, il tuo cappello e la tua dignità che ti imponeva di girarti di spalle di fronte ai miei fratelli e a tua moglie. Ma quando sono arrivata portando nel grembo quel bambino che non hai mai conosciuto e che porta il tuo nome non per ricordo, ma perché ti faccia vivere sempre alla rincorsa dei sogni come hai sempre fatto, devi aver sentito il mio passo, oppure qualcosa o qualcuno te l’ha sussurrato. Ti sei improvvisamente girato. Mi hai guardato e mi hai regalato il tuo ultimo sorriso. Forse sapevi che un giorno ne avrei avuto bisogno. Ora vorrei farti vedere quella piccola bambina grassottella impacciata che ti portavi sempre accanto, come insegna la tua musica. Come l’avevi immaginato tu. Con i pugni chiusi per trattenere rabbia e orgoglio. Quando penso a te papà, ti vedo accanto a Tommaso. Sembravate usciti da un libro di Irène Némirovsky. “Si parlavano bocca a bocca così da vicino che le loro labbra bevevano le parole ancora prima che fossero pronunciate, quando erano solo sospirate, appena formate, per metà parole, per metà baci. In un silenzioso incanto”. Ora papà, mi sono rimasti i pugni chiusi ancora capaci di levarsi verso quel cielo che appartiene a tutti. Ora sono una donna che lotta come hai fatto tu, tutti i giorni della tua vita, anche l’ultimo, quello che mi hai dedicato perché tu sapevi già tutto. E io papà, sono qui, perché sono sempre stata tua figlia.