Vita da precaria

27 Marzo Mar 2016 1335 27 marzo 2016

Caro utente di Facebook che ti nascondi e insulti i meridionali.

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Per Stefano, per Tommaso e per tutti gli uomini morti con il privilegio di essere unici.

Caro Stefano Pulvirenti 17enne preso alla vita da un incidente stradale, proprio mentre ti trovavi nei tuoi anni più belli, questa mia lettera è per te, perché non posso tenere le mie parole ancora chiuse nei labirinti del mio dolore. Sono madre e insegnante, e leggendo le cronache di questi giorni, mi hanno nauseato le espressioni di una persona che su Facebook ti ha lanciato il suo ennesimo insulto, con un livore pari agli ergastolani assassini di bambini. "Sono felicissimo, un terrone in meno da mantenere". Così ha scritto questa persona che non voglio neanche nominare, perché lo riconoscerei come essere umano e così non è. Sai l’hanno scoperto e denunciato, ma questo non basta a coprire l’indignazione, la rabbia e lo sgomento per te, per la tua famiglia, per noi. Come madre ho vissuto quegli insulti come li ripetessero a mio figlio. Anche lui morto. Anche lui non esattamente settentrionale. La felicità di questa belva, fiera nel sapere che tu e Tommaso e chissà quanti altre persone hanno chiuso gli occhi senza neppure averci salutato, mi ha dato l’ennesima coltellata ad un cuore che ora sopravvive e resiste solo per il mio impegno nella Scuola e per i miei studenti. Proprio loro che sui social passano del tempo, forse avranno letto queste parole, ed io mi sento di doverli tutelare e riparare da esseri privi di nome e di coscienza. Ma ugualmente devo difendere voi ragazzi miei, e lanciare un atto di accusa a chi fa morire con le parole, persone capaci di splendere nonostante questa umanità. In questo mondo svuotato di empatia e di com-passione, è difficile far capire l’importanza dell’essere unici in un mondo di diversi. Dobbiamo parlare del razzismo di oggi non dimenticando il razzismo della nostra memoria; dagli indiani, al’omosessuale, dal disabile all’ebreo, dall’uomo di colore al vu cumprà all’angolo della strada. Non per ultimi, tutti i profughi che stanno vivendo nel fango la colpa di esser nati dalla parte sbagliata del mondo. Ancora oggi l’odio razziale, si veste di diffidenza e disprezzo fino alla violenza. Il nostro tempo che dovrebbe essere la rappresentazione della civiltà, dell’accoglienza, non riesce a reprimere gli insulti di una società che qualche volta ha dei rigurgiti di odio inconscio, nutrito dalla debolezza e dall’ignoranza. Sai Stefano, tutti si dichiarano generosi e sensibili nei confronti di tutti. Ma evidentemente lo esprimono quando tutti gli altri sono distanti dalla loro vita, distanti dai propri interessi. Io madre di un figlio non propriamente settentrionale e insegnante che vuole a tutti i costi educare e combattere l'orrore della nostra società, indicherò la via da percorrere insieme, incominciando dalla casa di fronte, lotterò perché i miei allievi si oppongano a questa immunodeficienza provocata dall’ oblio in cui siamo stati calati e a cui hanno posto come un boia lobotomizzato, una politica sbagliata, priva di alcun valore sociale, solidale e autentica. Caro Stefano, ci hanno reso muti e crudelmente testimoni oculari di un fango che ha ricoperto non solo la nostra generazione ma un'epoca difficilmente cancellabile. E per questo dobbiamo parlare, perché con i nostri silenzi stabiliamo una complicità che non ci assolve, non ci perdona. Dopo la tua morte, quella “cosa” ha postato queste frasi: "Quando vedo queste immagini e so che nella bara c'è un terrone ignorante, godo tantissimo; "Peccato che ero al Nord, altrimenti avrei cagato su quella bara bianca”; “Buonasera terroni merdosi. Non è morto nessun altro di voi oggi?". E io madre e insegnante di fronte a queste frasi, chiedo perdono a te Stefano, a mio figlio e a tutte le persone morte dall’aspetto non ariano. Ai miei studenti farò capire, per non farli morire nel vuoto, che l'odio non libera, ma ti stringe in una gabbia ostruendo la breccia della vita. Per te Stefano, per Tommaso e per tutti gli uomini morti con il privilegio di essere unici.