Vita da precaria

11 Maggio Mag 2016 1709 11 maggio 2016

Mi chiamo Paolo Signor INVALSI e ho le lentiggini.

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Io mi chiamo Paolo e domani mi hanno detto che dovrò fare le prove INVALSI. Non ho capito tanto a quello che servono, ma hanno detto che sono importanti per la rilevazione degli apprendimenti, per valutare il livello di preparazione degli alunni in Italiano e Matematica. Io mi chiamo Paolo faccio la terza media e non so se sono così bravo in Italiano e Matematica, ma non mi piace essere un numero da catalogare e valutare solo se metto una crocetta nel posto giusto, una risposta corretta. Io mi chiamo Paolo e le mie insegnanti mi hanno insegnato tante cose che sicuramente non troverò su quella carte del Ministero. Io non so neanche cosa sia il Ministero, non è mai venuto nella mia Scuola, non mi conosce, non sa come sono fatto, cosa mi piace, cosa desidero, cosa sogno. Se non rispondo correttamente mi marchieranno come fallito, come un oggetto che abbassa la media nazionale, come una cosa da trasformare in un giocattolo prefabbricato. Come piace a loro. E allora voglio essere un fallito, un mancato studente, un allievo venuto meno ai suoi doveri. Perché il fallimento per loro è un difetto. Io mo chiamo Paolo e sono diverso, sono un ragazzo a cui non piace apparire, io non voglio il successo stampato su una targhetta. Con i miei insegnanti ho scoperto la Musica, a scendere le scale insieme a Montale, ho parlato di Peppino Impastato e Pasolini. Ho imparato il suono del colore, l’armonia del desiderio, ho imparato ad amare le cause perse, le vite nascoste. Vogliono che io sia quello che piace a loro? Non mi avranno mai, perché i miei Insegnanti, mi hanno insegnato che la Scuola rende liberi, che l’espressione, il confronto, la discussione sono la base della civiltà, l’appropriazione del nostro essere, la scoperta dell’esplorazione. I signori INVALSI che non sono mai venuti nella mia Scuola e non sanno che mi chiamo Paolo, che ho le lentiggini e una famiglia onesta, non sanno che il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E io sono giovane e questo è il mio tempo per zoppicare, per sbagliare, il tempo della sconfitta, del dubbio, dell’indecisione, del ripensamento, del desiderio. I Signori INVALSI, che non sono mai venuti nella mia Scuola, che non sanno che mi chiamo Paolo e ho le lentiggini, una famiglia che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, sicuramente non sanno che sbagliare è la via vera per la formazione. Perché mancare, errare, confondere, scambiare è la via della vita. Loro, i Signori INVALSI, sanno che solo perdendosi si trova la via della verità, della sincerità? Io li vorrei tanto conoscere questi Signori che si chiamano INVALSI, vorrei sapere se amano il mare come lo amo io, se sanno come la Musica fa crescere nella bellezza, nello stupore dell’avvenenza della fantasia. Forse non sanno cosa diceva Pasolini:

” Nel calcio ci sono momenti che sono esclusivamente poetici perché ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice. Ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica”. Io voglio fallire perché nella mia vita potrò sempre ritrovarmi, perché la mia famiglia che ogni mattina mi regala alla Scuola, sappia essermi vicino quando incespicherò nei trabocchetti della vita, nei falsi amori, nelle amicizie tradite, nel mio destino. Solo lo sbaglio potrà darmi i frutti per ritrovarmi, per dedicarmi, per sapermi partorire ogni volta che qualcuno o qualcosa mi dividerà dalla voglia di esistere, fare un goal, cantare a squarciagola, leggere nella mia purezza libri da accarezzare, da annusare, da ascoltare. Io mi chiamo Paolo, ho le lentiggini, frequento la terza media e ho una famiglia che mi ama come sono e le mie insegnanti domani faranno sciopero perché credono in me e in tutti i loro allievi. Perché l’unica possibilità di rinascere è far fiorire ancora il rimpianto di nascere ogni giorno per scoprire, per fortuna, di essere unici e diversi nel fallimento che si chiama amore. Domani le mie insegnanti scioperano e non mi falsificheranno il loro affetto. E io domani, su quei libretti scriverò una poesia che ho imparato a memoria per non scordarla mai :

Vorrei essere sempre con voi

o almeno qualche ora soltanto.

Toccarvi con le mie dita

come ora fate con me,

perché voi siete i fiori

del nostro vecchio domani.

Io quand'ero bambina

non capivo i valori degli occhi,

ma adesso

mi sento cieca

perché non posso vedervi.

E così

vi lascio un dono

di un doloroso sospiro.

Non vorrei mai morire

e perdere i miei ragazzi.

Alda Merini