Vita da precaria

29 Gennaio Gen 2017 1538 29 gennaio 2017

Mi chiamavano Africa, ma il mio nome era Pateh

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Mi hanno detto:” È solo uno scemo che vuole morire”. Li sentivo mentre quelle acque gelide, nere come la mia pelle, mi stavano inghiottendo in quell’inferno che non aveva le somiglianze con la mia vita. No, la mia vita è stata molto peggio. Quell’acqua ha coperto il mio viso segnato dal disprezzo, dall'impassibilità della gente, che pur di non vedermi mi ha lasciato soccombere come un’ombra senza nome. Sono crepato, annegato a 22 anni, proprio quando tutto ti sembra possibile, quando la vita ti appare come una fantasia da attraversare. Percorrere è stata la mia vita. Percorrere la via di fuga da un Paese che non riconosce la Democrazia, percorrere un destino che già aveva deciso la mia sorte, percorrere sentieri dove la luce è solo un intervallo tra una gabbia e una finestra troppo piccola per rivedere le stelle. Sono crepato annegato a 22 anni e, mentre una luce fioca si affievoliva dentro il mio cuore, ancora una volta sentivo la mia morte essere indifferente all’umanità. Quell’umanità che si solleva perché si costruiscono muri, ma non sa tendere la mano per offrire una sponda a chi muore da solo. Quell’umanità che si sente ferita, turbata per le disgrazie lontane da loro e dalla loro felice tranquillità. Non mi hanno voluto sottrarre alla morte, nessuno ha pensato che la mia fine è stata anche la loro. Tranquilli, “Africa “è morto, “Africa” è finalmente morto perché puzzava, perché portava malattie, perché prima gli italiani e poi gli sporchi negri. “Africa”, così mi chiamavano mentre le mie mani cercavano ancora un sussurro tra le onde gelate di un Paese simulatore di ospitalità, di armonia, ricettore di pace. E così, ho scelto di crepare a Venezia perché a volte sulla riva di San Marco giungono navi che recano nelle loro vele i respiri di altri mondi. Ho scelto di morire a Venezia perché sta morendo come lo sto facendo io ora, perché la sua tristezza è lo specchio dei miei occhi. Ho scelto di morire pochi giorni prima della giornata della memoria per testimoniare che non c’è memoria, non c’è passato su cui ricostruire, non c’è un sentiero da percorrere insieme. E se non c’è un passato non può esistere un futuro. Un futuro dove la mia morte non sarà filmata ma fermata, dove la mia morte non sarà derisa come la mia vita, dove la mia morte non sarà inghiottita da un deserto chiamato fratellanza. Mi hanno buttato dei salvagenti, ma io già ingoiavo le mie lacrime, mai lasciate scorrere per potermi salvarmi un giorno in più. Africa è finalmente morto, e sono morto per aver amato la vita, anche in quell’ ultimo anelito di gioia dove ho rivisto il mio Gambia, il suo litorale, la fitta foresta nell'entroterra, il mio fiume circondato nelle sue sponde da mercati e pescatori, i miei profumi danzanti. Sono morto in una terra che si indigna per delle vignette, e non per un suicidio che inchioda tutti nella propria coscienza. Africa è morto, ora non puzza più, non toglierà nulla agli italiani. La carità, la tolleranza e un briciolo d’indulgenza me lo donerà la marea che do dondolandomi mi canterà una dolce ninna nanna per sempre. Ciao a tutti da “Africa”.

Ma la mia mamma mi chiamava Pateh.

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