Vita da precaria

5 Febbraio Feb 2017 1602 05 febbraio 2017

"Papà ho una verifica". "Tranquillo figlio mio, telefono a Scuola che c'è una bomba"

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I genitori di una volta anche se avevi la febbre, il mal di pancia, l’annuncio di una malattia che sicuramente ti avrebbe messa a K.O per giorni e giorni, ti mandavano a Scuola. Non c’era scusa che tenesse. Li imploravi, ti disperavi, ti mettevi a torso nudo di notte, in pieno inverno davanti alla finestra, supplicavi gli DEI di farti sbocciare bolle su tutto il corpo durante l’oscurità, ma anche se il tuo viso la mattina era la raffigurazione vivente dell’”Urlo” di Munch, ti dicevano:” Ehi carina, mi raccomando cerca di andare bene a Scuola, altrimenti facciamo i conti quando rientri”. Inforcavi la cartella e ti avviavi verso la tua giornata, con le tue paure, pregando come un rosario:” Speriamo che anche per oggi la Provvidenza faccia il suo regolare corso e non si tramuti nell’insegnante di Geografia.” E, chiaramente, il giorno prima, avevi studiato tutto il pomeriggio senza l’aiuto di nessuno. Non ci sognavamo nemmeno i gruppi WhatsApp a cui potevi rivolgerti, né computer, tablet, telefonini. Carta, penna, vocabolario e impegno. Io e molti altri siamo cresciuto così e, francamente, abbiamo affrontato la vita con coraggio. Affrontando gli impegni con responsabilità e senso del dovere, diligenza e dedizione. Nessuno mai si sarebbe permesso di parlare male dei propri insegnanti ai nostri genitori, nessuno mai avrebbe potuto pensare di richiedere una giustificazione per non aver svolto un compito o per evitare un’interrogazione. E siamo cresciuti frequentando anche il Conservatorio, laboratori teatrali, ci siamo iscritti all’Università, ci siamo laureati, abbiamo fatto Corsi di specializzazione, abbiamo combattuto per i nostri ideali con preparazione e lealtà. Siamo diventati persone, cittadini con un pensiero critico, persone che nel loro piccolo hanno fatto di tutto per costruire un mondo migliore. Non ci siamo del tutto riusciti, ma almeno abbiamo continuato a impegnarci per non sfuggire alle nostre responsabilità. E mentre i docenti universitari si lamentano giustamente di trovare ragazzi che non conoscono la grammatica, non sanno analizzare un testo, sono affetti da analfabetismo cognitivo ed emotivo, non riescono a fare un riassunto, una sintesi, un elaborato personale, ecco che un padre, per evitare al figlio di giungere a un test impreparato, ha diffuso un falso allarme bomba a scuola. Ha telefonato a Scuola camuffando la voce, creando un allarme che di questi tempi vuol ribadire la propria superficialità, il proprio dilettantismo umano, la faciloneria e l’inconsistenza di essere prima di tutto un genitore. Una base educativa per il proprio figlio. Ha dimostrato la leggerezza del proprio essere, la riluttanza dell’adultità, la detrazione al suo obbligo formativo. In questo mondo in cui oltre il 50 per cento di adulti non è in grado di intendere un testo scritto minimamente complesso, ma nemmeno il valore della vita del proprio figlio. Questo padre non ha capito che ha insultato il futuro di suo figlio, il futuro di una collettività, il futuro di un mondo senza capacità, esperienza, competenza e preparazione. Noi figli di un passato e creditori di un avvenire che racchiuda i presupposti della nostra vita, noi insegnanti, artigiani di uomini liberi, insegnanti di ragazzi che nonostante tutto continuano a cercare aiuto, ecco proprio noi dobbiamo continuare a lottare. Perché costa meno caro aiutare un giovane a costruirsi, che aiutare un adulto a ripararsi.

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