Vita da precaria

11 Febbraio Feb 2017 1912 11 febbraio 2017

Lei Sig. Rondolino non può parlare di precariato. Perché Lei non conosce i nostri ragazzi

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Un ragazzo ammette e commette la sua morte. La giustifica, la commenta e, lucidamente, scrive le sue motivazioni. Michele ha lanciato un grido sordo, che tra pochi giorni nessuno ricorderà più, come non ricorderemo più l’operaio costretto ad urinarsi addosso per non compromettere la produzione, e gli studenti attaccati dalla polizia all’Università di Bologna. Io ho una certa esperienza con la morte e il dolore. Anche mio figlio era precario ed è morto massacrato da questo mondo che non può ammettere la fragilità, la sensibilità, il sogno, la fantasia. E come madre e insegnante, dopo aver sentito le parole del giornalista Rondolino sulla precarietà, annoverandola come un valore da consigliare alle proprie figlie, non posso che schernirlo. Perché caro Sig. Rondolino Lei non può permettersi di parlare di cose che non conosce. Lei non conosce, non capisce, non vive in prima persona il malessere, la depressione, la vita quotidiana. Lei non vede gli occhi dei nostri ragazzi, i loro silenzi, le loro giornate buie, la loro disperazione celata dietro un sorriso melanconico. Lei non sa, e parla in televisione dei nostri ragazzi. Lei giudica chi ha tutto il diritto e il dovere di denunciare un mondo che non li può ospitare e accogliere. Michele aveva 30 anni, una storia, una vita, delle prospettive, dei traguardi da raggiungere. Tutti i giovani a cui tutti noi abbiamo consegnato un’umanità da dimenticare, sono una percentuale che cresce ogni giorno, che dilaga nelle nostre vite, ragazzi a cui non sappiamo come rispondere. Il precariato non è un valore, no, non lo è, e io lo so perché lo sono stata per vent’anni. E per vent’anni non ho avuto una continuità di un rapporto di lavoro, una certezza sul futuro, e avevo due figli da crescere e da alimentare facendoli succhiare l’amore per la vita, con l’emozione di farli crescere nella bellezza. Non ho avuto una condizione di lavoro adeguate su cui poter contare per la pianificazione della mia vita e per quella dei miei figli. La precarietà, ha intaccato la qualità delle mie giornate, delle mattine in cui, nella notte, prendevo ogni tipo di mezzo per arrivare alle destinazioni in cui mi avevano assegnato anno dopo anno. Una, due e anche tre scuole, per anni, anni e anni. E tutto ciò non potendo stare vicino ai miei figli, vedendoli crescere quando tornavo a casa distrutta e guardando i loro occhi pieni di aspirazioni, sogni. Occhi pieni di pagliuzze di colori. Lei mi dice che il precariato è un valore e io la sfido a vivere la vita di noi precari e quella dei nostri ragazzi. Un esercito di lavoratori malpagati e senza tutele, inventori di quotidiani espedienti per cercare di sopravvivere in un Paese dove stando ai dati diffusi la disoccupazione giovanile è salita al 40 %. Sento la voce di Francesco Jacovone che dice:” La mia compagna è precaria, ogni mattina aspetta una supplenza e la sera, se è fortunata, torna licenziata. E io sono preoccupato, perché so che questa situazione la devasta. Tanti precari, troppi. Tanti pianti e lotte disperate alla ricerca di una stabilità che sembra impossibile. E poi i lavoratori “di una volta” che rischiano ogni giorno un licenziamento sempre più semplice. La precarietà Sig. Rondolino è diventato un sentimento esistenziale e riguarda tutti, nessuno escluso. Un esercito di Michele, di invisibili senza prospettive, impossibilitato a progettare e privo di sogni. Noi non ci arrendiamo a questa terribile realtà” Questo è il precariato Sig. Rondolino, e non lo auguro alle sue figlie. I nostri ragazzi non temono la meritocrazia, no caro Sig. Rondolino. I nostri figli sono preparati, colti, hanno un patrimonio di conoscenze e un bagaglio di esperienze che Lei non può capire perché non li conosce. Lei sa giudicare e non sa pensare. Perché se solo un istante parlasse con le sue figlie, si renderebbe conto che i giovani sono disperati, sono affranti nel dolore del loro futuro. Come Lei non è mai stato. Come Lei non potrà mai capire, come Lei non potrà vivere. Perché Lei giudica nel nome di un potere dissacrante e derisorio non sapendo che non tutti sono capaci di fare di un malessere un’arte e non tutti riescono a giustificare la loro esistenza davanti a sguardi che beffano le speranze. I nostri figli non sono stati rappresentati da nessuno se non dai fantasmi delle loro oscurità dagli occhi verdi. Come dice Michele questa generazione si vendica di un furto. Quello della loro felicità demolita da una società che vieta un’umanità respinta. Caro Sig. Rondolino, Lei non conosce la vita, la morte, il dolore e la gioia. La vita dei nostri ragazzi, il dolore di accarezzare le loro mani fredde, e la gioia di poterli incontrare nelle nostre notti mentre ci asciugano le lacrime. Sig. Rondolino mi spiace molto per Lei, perché non sa guardare dove la notte preclude ogni possibilità di aurora. Ci pensi Sig. Rondolino. Per Michele, per Tommaso, per tutti noi.

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